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Il mio racconto dal titolo “Lo scoglio di Chiara” è stato pubblicato nella raccolta Storie d’Estate 2019 edita da Cultora.

Buona lettura.

 

Il mare calmo era trafitto dalle gocce di una pioggia pesante che lasciava impronte sulla sabbia ancora asciutta. Simone osservava le persone andarsene indispettite, ma lui avrebbe resistito rannicchiato sotto l’ombrellone appoggiato a terra come una tenda da campeggio. Era lì per pensare e ricordare qualcosa che aveva perso nel labirinto della sua testa, un pezzo di vita sparito nel nulla dopo l’incidente e che non voleva farsi trovare.

Gli avevano detto che il mare lo avrebbe aiutato perché lui lo amava e passava ogni minuto libero tra le onde sul suo kitesurf. Lo stesso mare che l’aveva tradito portandosi via l’altro grande amore della sua vita qualche settimana prima, ma lui non riusciva a ricordare nulla e gli ultimi cinque anni della sua vita erano un buco nero dal quale non usciva più alcun ricordo.

Era stato lo shock, gli avevano detto, il tentativo fallito di evitare l’impossibile e il suo corpo aveva reagito al dolore come aveva potuto. Sua madre gli aveva raccontato tutto quello che sapeva e ciò che era emerso dai testimoni, pochi, che quel giorno erano sopravvissuti alla tragedia.

Simone aveva passato ore a visionare tutti i video che aveva trovato in internet, eppure non riusciva a ricordare nulla. Nelle immagini si vedeva l’enorme e improvvisa onda abbattersi sulla spiaggia e far volare quei pochi ombrelloni piazzati da impavidi bagnanti che avevano sfidato le temperature ancora fredde di fine aprile.

Secondo i telegiornali, quella era stata la vera fortuna, perché se fosse accaduto in piena stagione balneare avrebbero contato i morti a migliaia. Gli unici ad essersi sottratti alla furia assassina dell’onda si trovavano in acqua e Simone era stato uno dei fortunati, salvato dalla sua passione per il kitesurf.

La pioggia diventò più intensa, ma il mare sembrava fregarsene restando calmo e tranquillo. Simone scrutava l’orizzonte con i suoi occhi scuri circondati dal viso abbronzato nonostante fosse solo inizio giugno, cercava i ricordi oltre i massi frangi onde, lì dove lui si era salvato dall’onda che li aveva scavalcati. Gli esperti concordavano che si era trattato di un evento inspiegabile, perché quelle protezioni erano progettate per smorzare onde molto più alte di quella che era passata e aveva ucciso e distrutto, penetrando per quasi cinquecento metri dentro la costa. Cosa avesse generato quel mostro sarebbe restato un mistero irrisolto.

Il mare si era arrabbiato, sollevato e calmato rapidamente e il ritiro dell’onda aveva lasciato corpi ovunque, sulla strada, in spiaggia e nei bar dove qualcuno aveva cercato riparo. Chiara era stata trovata incastrata tra le sdraie di un deposito sotto la balconata appartenente a uno stabilimento balneare. L’acqua aveva sfondato la recinzione in ferro e cemento e aveva abbandonato il corpo massacrato dai colpi contro qualsiasi cosa ci fosse sulla spiaggia.

Di Chiara non ricordava quasi più nulla nonostante avesse le foto a casa e sul cellulare. Gli avevano detto che era svenuto alla vista del corpo tumefatto e contorto dagli occhi verdi e spalancati. Lui si ricordava solo di essersi svegliato in ospedale senza saperne il motivo e, soprattutto, convinto di essere ancora nel duemilatredici.

I medici lo avevano sottoposto a numerosi esami e test senza riuscire a risolvere il problema, ma non c’erano danni cerebrali. Le sedute di ipnosi consigliate da un neurologo erano state inutili e alla fine gli era stato detto che poteva soltanto attendere che i ricordi tornassero da soli, ma i tempi erano incerti.

Un movimento a destra attirò la sua attenzione, si voltò per osservare meglio ma non trovò niente di interessante. Riprese a osservare il mare in cerca dei ricordi, ma i suoi occhi intercettarono nuovamente qualcosa, questa volta a sinistra. Girò la testa di scatto e non c’era nulla che potesse muoversi da solo. Pensò di stare impazzendo, ma osservando meglio si accorse di quella presenza.

Era qualcosa che non poteva descrivere.

Ferma lì, davanti a lui, ondeggiava trapassata dalla pioggia senza consistenza ne forma precisa. Lui, però, non ne aveva timore, anzi, era curioso e decise di toccare quella cosa. Allungò il braccio destro, anche se non riusciva a calcolare con esattezza la distanza, e un piacevole tepore si propagò dalla mano invadendo tutto il suo corpo.

Una ragazza bionda gli passò davanti, ballava seguendo una musica che lui non poteva sentire, ma riconobbe le movenze, il fisico e quando si voltò sorridendo ne ebbe la conferma.

Tutto tornò chiaro nella sua mente.

Iniziò a rivivere ciò che era successo quel maledetto giorno. Aveva baciato Chiara che lo avrebbe osservato dalla spiaggia, lei aveva paura dell’acqua alta perché non era brava a nuotare, e si avviò verso il largo sul kite sospinto dal vento. Il sole alto del primo pomeriggio intiepidiva l’aria e lui, tra un salto e l’altro, osservava la spiaggia; Chiara aveva la macchina fotografica sempre pronta ed era sicuramente intenta a fotografarlo.

La scena cambiò improvvisamente, mancavano dei pezzi. Lui era ancora in acqua e si sentì sollevare in alto, ma non era stato il vento contro la vela. Vide l’acqua gonfia muoversi rapidamente verso la terra, troppo, forse, per correrle dietro e avvisare Chiara.

Ci provò ugualmente.

Si lanciò verso la spiaggia controllando la tavola e cercando di cavalcare il mostro, ma non ci riuscì. Guardò la gente scappare via, il muro ergersi oltre le barriere per schiantarsi contro gli stabilimenti balneari chiusi.

Quando arrivò a terra, l’onda si era già ritirata lasciando il posto a detriti e corpi sparsi ovunque.

Abbandonò l’attrezzatura e cercò Chiara senza trovarla, i pochi superstiti erano in strada con i cellulari all’orecchio.

Il tempo trascorso nell’attesa dei soccorsi non riusciva a ricordarlo, nemmeno il motivo che lo spinse a cercare nel deposito sotto la balconata di uno stabilimento a un centinaio di metri dal posto in cui aveva lasciato il suo zaino spazzato via dall’acqua.

Il ricordo del corpo fu un pugno in pieno stomaco, il cuore quasi gli esplose in petto e gli si gelò il sangue. Tra le sdraie ammucchiate a casaccio spuntava un braccio, al polso c’era un braccialetto che lui conosceva.

Iniziò a lanciare ovunque tutto ciò che gli impediva di  arrivare a Chiara, lettini, sedie, supporti per ombrelloni e pezzi di cemento e lamiera.

Arrivò a scoprire il corpo, contorto e pieno di ferite che non sanguinavano più. Gli occhi verdi di Chiara erano spalancati a fissare il niente, il viso esprimeva un grido morto prima che qualcuno potesse sentirlo. La mano destra stringeva ancora la macchina fotografica che lei amava tanto e con cui esprimeva il suo talento per i ritratti. Rivisse il momento in cui cadde in ginocchio, i polmoni che non rispondevano più e il buio che arrivò subito dopo.

Simone ricordò anche il giorno in cui si erano fatti l’autoritratto abbracciati dopo un forte temporale e che era appeso in camera sua.

Ora non mancavano più pezzi nella sua vita.

La realtà tornò a occupare la sua vista, la presenza che aveva toccato era scomparsa e anche Chiara non danzava più davanti a lui. Al suo posto si era materializzato un arcobaleno talmente luminoso da dargli fastidio agli occhi.

Simone aveva ritrovato gli ultimi cinque anni persi, poteva tornare al suo lavoro, recuperare il tempo perso lontano dall’acqua e, soprattutto, Chiara era tornata nella sua vita.

Corse via non curandosi dell’ombrellone, salì in macchina e andò a prendere la sua attrezzatura. Prima, però, doveva fare una cosa molto importante e che non poteva rimandare. Davanti alla tomba di Chiara aveva fatto una promessa legata alla riconquista dei ricordi.

Un’ora dopo era nuovamente in spiaggia, l’ombrellone era ancora al suo posto e il sole brillava nel cielo delle cinque del pomeriggio. Preparò velocemente l’attrezzatura scaricata dall’auto e sfidò il mare e le sue onde. Infilata al braccio sinistro aveva una corona di rose bianche intrecciata ad arte da una fioraia molto conosciuta in città.

Raggiunse i massi frangi onde e infilò la corona in un palo che spuntava da un grande scoglio bianco.

«Chiara, io devo vivere anche se tu non ci sei più,» gli occhi si riempiono di lacrime «ma non farò morire il tuo ricordo».

Simone tirò le corde della vela che si innalzò in cielo gonfiata dal vento e mentre prendeva velocità decise di dedicare ogni anno un’esibizione nazionale in ricordo di Chiara. Sapeva già chi lo avrebbe aiutato a organizzare tutto e i social network avrebbero fatto la loro parte.

Il “Contest dello scoglio di Chiara” sarebbe stato l’evento più importante di ogni anno.

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