IL SALVATAGGIO – Concorso Racconti nella Rete 2019

Tempo di lettura stimato in: 5 minuti

Il premio letterario Racconti nella Rete 2019 si è concluso e i 25 racconti degni della pubblicazione sono stati comunicati. Purtroppo il mio non è stato selezionato, ma ho partecipato per la prima volta a questo concorso e l’anno prossimo parteciperò nuovamente. Di seguito il racconto che si presenta bene come pilota per qualcosa di più articolato e, infatti, sto già preparando il secondo episodio con l’intenzione di creare la raccolta delle ” Avventure di un cavaliere senza spada “.

Buona lettura.

 

Giantommaso era un cavaliere di sua maestà Terenzio, solo che non gli era permesso avere una spada.

La giornata mite d’inizio estate invogliava le persone a muoversi e passeggiare nei dintorni del castello di Rupe Sinuosa, che a onor del nome, si trovava sulla sommità di una collina franata nella parte sud creando una sorta di dirupo. Per scendere a valle era rimasta solo una strada che attraversava un boschetto molto amato dal re, tanto che era severamente proibito tagliare alberi o cespugli. Giantommaso odiava quel posto pieno di animali selvatici, ragni e serpenti. Un luogo dove troppo di frequente si avventuravano donzelle da sole che puntualmente doveva salvare.
Esattamente come quel giorno.
Giantommaso irruppe gridando nel gruppetto di tre mascalzoni che stavano strattonando due cortigiane nel tentativo di strappare loro delle borse. Il cavallo non bastò a disperdere i tre uomini, anzi, quest’ultimo s’imbizzarrì e lo buttò in terra scappando verso il castello. La mischia però era il suo forte, si mosse rapido roteando il suo fido bastone davanti a se e colpì il primo malvivente in faccia. Gli altri due, uno pelato ed enorme con una veste sudicia e scura e l’altro con un folto cespuglio di capelli scuri in testa, menarono due fendenti con le spade che per poco non gli tranciarono la testa, ma inciampando su una radice li schivò involontariamente.
La maledizione che lo affliggeva a volte dava e a volte toglieva.
Sfruttò l’occasione per rotolare armoniosamente sul terreno umido incastrando il bastone tra le gambe del pelato che, sbilanciandosi in avanti, cadde addosso al riccio, vestito di stracci marroni, suicidandosi contro la sua spada. Le due fanciulle si coprirono gli occhi contemporaneamente gridando con voce stridula.
“Uno in meno, un ciccio in più.” Pensò Giantommaso e quello era il suo motto in battaglia.
Ne restavano due, il primo che aveva colpito al viso si era rialzato decisamente furioso e brandiva due spade, l’altro stava ancora tentando di estrarre la sua arma dal cadavere del compare che pesava almeno il doppio di lui. Doppia spada sbavava, le due fanciulle gridavano, gli uccellini cantavano menefreghisti.
Giantommaso sudava copiosamente dentro la sua veste ruggine ricamata a disegni dorati, le gocce di sudore gli rigavano il viso e alcune finivano dritte negli occhi bruciando. Doppia spada si decise ad attaccare mulinando le braccia indemoniato. La spada destra si schiantò contro lo scudo di Giantommaso e nel rimbalzare per poco non fece a pezzi una delle due ragazze.
La maledizione della strega Ramona agiva anche sullo scudo, ma solitamente non ammazzava nessuno dei suoi amici.
La biondina dalla doppia treccia e il vestito di velluto verde perse i sensi e l’altra si abbassò per soccorrerla proprio nell’istante in cui il secondo aggressore pensò di prenderla in ostaggio. La fanciulla, inginocchiandosi, creò un vuoto davanti all’uomo che inciampò nel vestito sangue rappreso di quest’ultima finendo in terra.
Il secondo fendente di sinistro di doppia spada si schiantò sul bastone, Giantommaso assecondò il movimento con una precisa rotazione anti maledizione, come la chiamava lui, e colpì la mano dell’aggressore che lasciò cadere l’arma. Il cavaliere l’allontanò con un poderoso calcio e questa rimbalzò su una pietra andandosi a conficcare di punta a un passo dalla ragazza svenuta. Doveva trovare il modo di allontanare le due donne dall’area della lotta, altrimenti le avrebbe fatte fuori lui per sbaglio.
Giantommaso era l’unico essere vivente colpito da una maledizione che ammazzava solo chi gli era amico e in battaglia era un bel problema, tanto che il re aveva emesso un ordine in cui gli vietava l’utilizzo di armi da taglio o da lancio. Colpa di quella strega che aveva fatto innamorare sei mesi prima e, quando l’aveva rifiutata, si era beccato l’ira della fattucchiera. La strega Ramona, tra l’altro, era proprio una bella figliola, poco più che ventenne aveva un corpo perfetto, occhi azzurri e un viso che non poteva essere dimenticato per l’armonia tra naso, bocca e occhi. Molti nel regno avrebbero accettato una calamità pur di averla, ma lui l’aveva ripudiata per la figlia del re Terenzio; perché il suo cuore apparteneva solo a Desideria di Rupe Sinuosa.
Il cavaliere iniziò a indietreggiare fingendo di non riuscire a contrastare i fendenti dei due aggressori che, uniti, avevano deciso di farlo a pezzi. Il bastone costruito col legno dell’albero fulminato, una pianta incredibilmente sopravvissuta a un fulmine mai visto prima, resisteva e si rigenerava a ogni colpo e Giantommaso sapeva che poteva fidarsi di quell’arma incantata.
Le ragazze erano ancora in terra, ma a distanza di sicurezza. Il cavaliere senza spada s’inginocchiò schivando un fendente del riccio e gli piantò la punta del bastone contro la rotula del ginocchio sinistro facendolo cadere. Una volta a terra gli tirò due calci in faccia facendogli perdere i sensi. Restava solo doppia spada e Giantommaso decise di rompere il silenzio.
«È meglio che se ne vada o finirà come i suoi compari!» tuonò con voce melodiosa.
L’altro rispose con un affondo che si infilzò contro lo scudo, il cavaliere sollevò rapidamente il braccio sinistro disarmando il nemico. L’aveva in pugno, una stoccata in punta di bastone sul pomo d’Adamo e il nemico cadde in terra con le mani alla gola. Giantommaso decise di non infierire ulteriormente e gli legò mani e piedi con una delle cordicelle che era solito tenere in nelle tasche del suo vestito. Legò anche il tizio svenuto, sarebbe ritornato con le guardie reali per sbatterli nelle segrete, e si avvicinò alle due ragazze.
«Vi porgo le mie scuse per tanta violenza.» s’inchinò leggermente con lo sguardo in terra.
«Oh, messere Giantommaso, se non ci fosse stato lei…» la ragazza dagli occhi mare e il vestito rosso sangue era madonna Gelsia, una bruna dai capelli lunghi, i seni abbondanti e una vocina quasi da bambina. L’incontrava spesso nei cortili interni del castello, emanava sempre un buon profumo di rose, ma non c’era uomo legato a lei.
«Come posso sdebitarmi?» sorrise.
Il cavaliere sapeva che c’era solo un modo per vincere la maledizione e consisteva nel far innamorare Desideria di Rupe Sinuosa. Gelsia era una delle amiche della principessa e decise che poteva essere l’occasione giusta.
«Effettivamente un modo ci sarebbe…» fissò gli occhi mare.
«E ditemi, come?».
«Le sarei grato se mi aiutasse a conquistare il cuore della principessa Desideria».
«Oh, è un cuore molto difficile da avere.» Gelsia arrossì «Il mio non lo vuole?».
Ecco un’altra donna innamorata che lui non voleva.
«Purtroppo, madonna Gelsia, io vivo solo per la principessa ormai».
«Beh, posso provarci. Sarà il mio atto d’amore per un bel cavaliere.» il viso della ragazza era diventato porpora.
«Le sarei infinitamente riconoscente, madonna Gelsia.» Giantommaso si congedò inchinandosi nuovamente.
Mentre si allontanava a cercare il suo fedele cavallo, captò le ultime parole della donzella sconosciuta dalle trecce bionde.
«Oh, Gelsia. Come può un così bel cavaliere, innamorarsi di quella racchia dal muso di cavallo?».
Il cavaliere si pentì di aver evitato l’uccisione della bionda, ma decise di fingere di non aver sentito nulla. Il cuore della principessa sarebbe diventato suo, anche se avesse dovuto aspettare cinque lustri.

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