Tempo di lettura stimato in: 4 minuti

Questo è il racconto pubblicato nella raccolta Racconti Sportivi edita da Historica Edizioni.

Il racconto è stato pubblicato sul blog diversi mesi fa, ma correggendolo per il concorso mi sono accorto di alcune imprecisioni ed errori e di conseguenza è diverso rispetto alla precedente versione.

Buona lettura.

***

Le corsie della piscina erano strade verso la vita e Marco osservava la linea scura di piastrelle sul fondo che l’avrebbe guidato da una sponda all’altra. L’acqua, calma e immobile, attendeva di essere turbata dal tuffo dell’atleta e dalle incitazioni del pubblico.

Il tempo sembrava essersi fermato in attesa del via.

Marco si era allenato moltissimo nei mesi precedenti, la gara era un passo importante della sua vita e voleva vincere. Sbadigliò tre volte per assumere più ossigeno possibile, in piedi sul blocco di partenza sapeva di essere sotto lo sguardo stupefatto del pubblico. Il giudice di gara ordinò di prepararsi, Marco si chinò pronto al tuffo, la pistola sparò. Il volo fu rapido e, quando l’acqua abbracciò Marco, i ricordi esplosero nel suo cervello. Riemerse prima degli altri, sapeva che sarebbe successo, ma non era molto indietro rispetto a chi era nella corsia accanto a lui. La mente vagò a una delle ultime gare che aveva vinto brillantemente sei mesi prima, era la promessa del nuoto che l’Italia stava aspettando da anni.

Solo che il destino si era messo di traverso.

Marco superò il concorrente alla sua sinistra, quello della corsia tre, e osservò l’altro a destra mentre il bordo si avvicinava. Poche bracciate e si immerse, toccò le piastrelle e invertì la direzione emergendo prima degli altri. Non aveva più la capacità di avanzare sott’acqua.

Il ricordo divenne vivo, bracciata dopo bracciata, e la sera del compleanno di Irene si affacciò prepotentemente dalla memoria. Le festa era stata bella, la casa di Irene era una reggia in confronto alla sua, ma, nonostante tutto lo spazio a disposizione, avevano deciso di uscire per proseguire il divertimento in discoteca. Alle undici e trenta della sera si misero in macchina, cinque per veicolo, e la carovana di mosse allegra per brindare alla vita e ai vent’anni.

Marco tornò alla gara, il concorrente di destra stava cedendo e lui guadagnava posizioni, la prossima inversione era poco distante.

La mente si allontanò di nuovo, non si ricordava chi era alla guida dell’auto in cui si trovava, ma accanto a lui c’era Irene e poco più in là Teresa. Davanti Luca e Alberto cantavano canzoni di Ligabue, ma c’era un buco nella sua testa su chi stesse guidando, su chi fosse il colpevole della sua situazione.

Il bordo arrivò, Marco invertì nuovamente la direzione, il pubblico era eccitato e gridava nomi confusi, tra cui c’era anche il suo. Lo speaker raccontava la gara, ma lui non se ne curava.

Era impegnato a rivivere quella sera di sei mesi prima.

L’auto divorava l’asfalto e lui stava chiacchierando con Irene, ricordò il grido strano che Teresa lanciò improvvisamente e poi tutto si spense. Marco ripensò ai lamenti di Teresa appena percepibili, le lamiere oppressive addosso, il corpo immobile di Irene appoggiato alla sua spalla destra, il silenzio di Luca e Alberto, la portiera dell’auto che non esisteva più. Le sagome sconosciute che si muovevano fuori, silenziose e nere.

Poi arrivarono i pompieri e le ambulanze, un uomo lo chiamò per nome e quando lo tirarono fuori da quella scatola di latta, il dolore gli esplode ovunque. Si era guardato attorno mentre lo caricavano sulla barella e aveva visto ciò che era rimasto della Polo rossa.

La mente tornò alla gara, l’ultima frazione era vicina, il cuore gli martellava in petto e pretendeva la restituzione del debito che il destino aveva con lui. La sponda arrivò e Marco cambiò direzione per l’ultima volta, l’obiettivo era vincere.

L’incidente tornò vivo, quando arrivò al pronto soccorso era ancora cosciente, poche domande e poi entrò in sala operatoria, pochi secondi e il buio prese il sopravvento.

Quando si risvegliò era attaccato a una miriade di cavi e tubi, lo stanzone conteneva altri letti, ma in nessuno riconobbe gli amici. Scoprì di aver perso parte della gamba sinistra, ricordò la rabbia che gli esplose dentro e la sensazione di essere rimasto solo quando gli unici a presentarsi al suo letto furono i genitori. Gli raccontarono che Luca e Alberto erano morti all’istante schiacciati contro il pilastro del cavalcavia, Irene aveva resistito poco e aveva lasciato tutto in ambulanza, Teresa aveva lottato due giorni e poi si era arresa.

Marco era a metà della strada e nelle corsie accanto a lui non vedeva nessuno, le braccia bruciavano per lo sforzo e sapeva che quella era l’ultima gara da normale, era un regalo voluto dalla società sportiva per il suo rientro in acqua.

In fondo, a bordo piscina, vide Luca col suo sorriso ampio in quel corpo sempre in sovrappeso, Alberto con la sigaretta in bocca e lo sguardo di chi sfida la vita in un duello all’ultimo sangue, Teresa dal fisico esile e minuto che lui non sapeva mai come toccare e poi Irene più robusta con gli occhi talmente chiari che lo mettevano sempre a disagio.

Teresa e Irene. Sapeva che tutte e due avevano un debole per lui, ma non era mai stato in grado di scegliere tra loro. La verità era che le amava entrambe.

L’arrivo era vicino, le ultime bracciate furono ancor più violente delle precedenti, Marco toccò le piastrelle decretando la fine della sua ultima gara, il pubblico esplose di grida quando il tabellone luminoso mostrò la classifica finale.

Primo per una frazione di secondo.

Si arrampicò sulle mattonelle lucide della parete della vasca e uscì dall’acqua. La sua protesi era poco distante, Alberto era seduto sul cubo col numero quattro stampato sopra e lo fissava.

«Sono stato io, è colpa mia».

Marco non riuscì a far altro che sorridere e Alberto si dissolse riportandolo alla realtà. I suoi arrivarono abbracciandolo energicamente e lo accompagnarono verso le sue cose, Marco prese la foto della festa dal borsone, l’aveva fatta plastificare a dovere per farla resistere al tempo, e andò verso il podio col passo sbilenco di chi non si è abituato a quel pezzo finto.

Il pubblico gridava e i due ragazzi che sarebbero stati premiati con lui si avvicinarono abbracciandolo a turno. Quello arrivato terzo gli sussurrò che lui non sarebbe mai riuscito a rientrare in acqua in quelle condizioni.

Lo speaker annunciò i nomi e l’ordine di arrivo, il podio si riempì con i fiori appoggiati vicino ai piedi degli atleti, Marco portò la foto al petto mentre l’inno d’Italia riempiva l’aria.

Davanti a lui, in acqua, sguazzavano Teresa, Luca, Alberto e Irene. Marco avrebbe vissuto una nuova vita anche per loro.

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