DOPPIO GIOCO – Pubblicato nella raccolta Racconti Lombardi 2019

Tempo di lettura stimato in: 8 minuti

Agganciarla, due giorni fa, è stato semplice, anche troppo forse. Un paio di sguardi alla reception, un sorriso e poco dopo eravamo seduti su uno dei divanetti di lusso a chiacchierare degli argomenti più disparati. Tutti profondi e intelligenti.

Questo pomeriggio ho rimediato un appuntamento nell’area relax e SPA, devo convincerla a farmi entrare nella sua camera. Lo spogliatoio è deserto, mi svesto in fretta e indosso l’accappatoio azzurrino con il logo dell’hotel. Chiudo l’armadietto a chiave e mi preparo a incontrarla.

Apro leggermente la porta, lei è nell’ingresso della zona piscina ad attendermi. L’accappatoio nasconde le morbide curve del suo corpo, i capelli castani sono legati a cipolla e un paio di ciocche ribelli cadono sul lato destro del viso. In un’altra occasione potrei lasciarmi andare e frequentarla per un po’ di tempo, ma non posso perdere concentrazione e lucidità.

Questa missione è troppo importante.

«Ciao.» esordisco sistemando la cintura dell’accappatoio.

«Ciao, ti va di andare nella vasca idromassaggio?» la sua voce è bassa e tremula.

Accetto con un cenno del capo e le indico di farmi strada, so che conosce il posto molto bene.

La musica mista a canti di gabbiani e onde del mare è il sottofondo perfetto per questo posto. C’è una piscina riscaldata, enorme e affollata, i lettini sono tutti occupati. Noto le ampie vetrate e fuori sta nevicando come era previsto per questa  fine di gennaio. Tutto questo mi riporta alla mente vecchi ricordi che non vorrei rivivere.

«Non ti ho mai incontrato qui, è la prima volta per te?» Monica passa in rassegna chiunque si muova attorno a lei.

«Beh… Sì, viaggio molto per lavoro e non capito spesso negli stessi posti.» nel frattempo abbiamo raggiunto la zona idromassaggio nascosta da una lunga parete di vetri satinati.

È deserta.

Monica occupa una sdraia con l’asciugamano, si toglie l’accappatoio appendendolo a un gancio sul muro bianco poco distante. La osservo mentre si immerge nell’acqua che emana un forte odore di cloro, il bikini nero risalta le sue forme.

Mi fissa, il suo sguardo mi penetra l’anima «Non mordo…» sorride dolcemente «Entra pure».

Accetto l’invito, non devo lasciarmi coinvolgere emotivamente, ma forse non è sbagliato rilassarsi in buona compagnia.

«Non mi hai detto di cosa ti occupi.» attacca discorso quando l’acqua le arriva ormai al collo. Se dovessi fare ora ciò per cui sono stato ingaggiato, basterebbe semplicemente il mio peso per annegarla.

«Sono un libero professionista,» tergiverso «mi occupo di sicurezza».

«Interessante!» il suo viso assume un’espressione di curiosità «Io lavoro per una società di un settore simile».

Fingo stupore, ma ho un fascicolo di parecchie pagine su di lei, conosco tutti i locali che frequenta abitualmente. Sono stati proprio i suoi datori di lavoro a fornirmelo.

«Posso sapere di che società si tratta?» ammicco sorridendo.

Diventa improvvisamente seria «Sono sicura che ci sia qualcuno, qui attorno, interessato a me.» intanto osserva il mondo fuori dai finestroni.

«L’unico interessato a te sono io.» sorrido.

«Verresti nel bagno turco?» mi rivolge nuovamente lo sguardo, i suoi occhi sono due pozzi senza fondo «La cabina per sole coppie potrebbe essere libera».

Adesso mi spiazza, non è ciò che dovrebbe accadere.

«Io… Beh…» balbetto impacciato peggio di un ragazzino «Se ti fa piacere… Volentieri».

Lei esce velocemente dalla vasca, indossa l’accappatoio e recupera l’asciugamano. Gli occhi pece vagano in tutte le direzioni, cerca qualcuno. La raggiungo in pochi secondi e la seguo in silenzio, varchiamo la porta di un’area dedicata a salette massaggio, percorsi sensoriali e saune. La cabina che vuole Monica è libera, appendo l’accappatoio al gancio, lascio le ciabatte fuori e la seguo dentro. Monica fa partire il timer elettronico montato vicino all’ingresso. Il vapore è intenso e copre ogni cosa, le luci sono deboli e rossastre.

Mi siedo accanto a lei, le mie spalle toccano involontariamente le sue. Tremo, la mia sicurezza vacilla. Mi piace, è intelligente, misteriosa e al contempo sensuale, ma il mio lavoro non è compatibile gli affetti e l’amore.

«Non so se avere più timore di quelli la fuori o di te qui dentro.» la sua voce è un sussurro e la sento appena. Forse mi ha scoperto, devo risponderle rassicurandola o salterà tutto.

«Tu sei qui per me.» mi anticipa nascosta nel vapore «L’ho capito pochi minuti fa. Loro mi vogliono morta, lo so. Sono stata al sicuro finché gli servivo.» mi accarezza il viso «Potevi farlo senza conoscermi, senza farti conoscere. Perché?».

Devo inventarmi qualcosa, devo ingannarla ancora un po’. Mi alzo rapidamente.

«Non so di cosa parli.» mi avvicino all’uscita «Esco un attimo, scusami.» e mi rendo visibile alla luce che entra dall’anta a vetri, vorrei che mi seguisse, ma rimane nel suo nascondiglio di vapore. La lascio sola, devo capire come recuperare la situazione. È molto sveglia e per questo la vogliono morta.

Guardo un po’ in giro mentre torno agli spogliatoi, tutta la gente che se la gode qui dentro non ha la minima idea dell’esistenza di esseri umani che tramano per uccidere, cambiare il destino di una nazione, comprare e vendere altri esseri umani. E io sono uno dei protagonisti.

Arrivo all’uscita e osservo il parco leggermente imbiancato, sembra che ci sia un grosso animale ma si muove in modo strano, è come se si nascondesse. Lo seguo con lo sguardo e la verità arriva diretta allo stomaco, un bel pugno che mi sveglia improvvisamente. Lascio cadere l’asciugamano e mi chino a raccoglierlo, osservo i due la fuori e tutto diventa certezza.

Non c’è più tempo.

Torno indietro velocemente, la ciabatta destra si piega su se stessa facendomi inciampare. Arrivo nella zona SPA, il bagno turco è ancora occupato. Ignoro la spia accesa, lascio le ciabatte e l’accappatoio fuori, non voglio farmi riprendere da qualche inserviente zelante.

Nel vapore non la vedo, ma posso seguire i suoi singhiozzi e, nonostante creda che voglia ucciderla, non è scappata e non ha chiesto aiuto. Non la capisco.

È distesa sulla panca, mi accovaccio davanti a lei, non parlo e trattengo il fiato. Lei avverte la mia presenza.

«Fai quel che devi, ma in fretta, per favore.» quasi grida

«Tanto l’ho sprecata la mia vita!».

Le sfioro il viso con il dorso della mano destra e scendo verso il collo. Monica inspira profondamente, percepisco la sua paura.

Devo portare a termine il mio compito.

Elimino le lacrime dalle sue guance «Sono qui per proteggerti.» le sussurro in un orecchio.

Ritorna a respirare lentamente.

«Andiamo nella mia stanza.» la prendo per mano «Avevi ragione, siamo controllati, ma loro sono qui per me.» mi rimetto in piedi e la sento muoversi «Aspettano che gli comunichi di aver terminato il lavoro».

Ora è in piedi, ne distinguo la sagoma.

«Loro non molleranno, ma io so come farti sparire.» si appoggia al mio petto «Andiamocene».

Usciamo e recuperiamo le nostre cose, osservo tutto ciò che mi circonda a caccia di segnali d’allarme, la situazione è ancora tranquilla. Raggiungiamo mano nella mano gli spogliatoi, la faccio entrare per prima e mi assicuro che non ci stiano spiando.

Entro, mi cambio ed esco contemporaneamente a lei. Mi metto l’indice sulle labbra, Monica capisce il gesto e al mio cenno mi segue per le scale. La mia camera è al terzo piano, loro non se lo aspettano, ed evito gli ascensori per non avere sorprese. Ci fermiamo a ogni piano e prima di proseguire verifico che non ci sia qualcuno ad attenderci.

Sblocco la porta della camera, la socchiudo e mi assicuro che la trappola che ho predisposto non sia scattata. Ne lascio sempre una nel caso qualcuno decida di farmi visita. La disattivo e spalanco la porta in legno bianco.

Faccio entrare Monica, le tende oscuranti sono serrate, inserisco la tessera elettronica nella fessura luminosa sul muro e le luci si accendono. Chiudo la porta, ora devo pensare a come eliminare i due killer.

«Per ora siamo al sicuro.» Monica mi fissa di traverso mentre recupero le mie armi dalla cassaforte. Si siede sul letto.

Avvito il silenziatore alla canna della pistola e sistemo il fodero del coltello sul polpaccio destro, sopra i pantaloni. Lei non parla, è sospesa nel tempo e fissa il parquet chiaro mentre tortura il lenzuolo con le unghie.

«La gente normale non ha idea della guerra che li circonda. Voi pensate di essere felici e al sicuro nelle vostre case, vi affannate per trovare un posto di lavoro migliore e per farvi una famiglia.» mi scappa un ghigno «È solo illusione».

Inizio a disfare il letto, Monica si alza incuriosita.

«Devo simulare la tua morte. Ho bisogno che ti spogli restando solo in intimo».

«Ma…» mi osserva con le braccia incrociate.

Mi avvicino «Io dovevo solo fingere di ucciderti e poi farti sparire, una foto e via. Solo che hanno deciso di non lasciare testimoni, oppure mi hanno semplicemente scoperto».

Monica si convince, lascia cadere in terra la gonna nera lanciando la camicetta rossa poco lontano sul pavimento. Resta in intimo evidentemente imbarazzata. Ora devo solo comporre la scena a dovere.

«Stenditi sul letto a pancia sotto e lascia fare a me.» trema mentre sale sul materasso.

Sposto il suo braccio destro e lo faccio penzolare sul lato del letto, il sinistro sotto il cuscino dove le ho fatto appoggiare la testa. Butto alcuni asciugamani in terra, uno da bidet lo appallottolo un po’ e ne infilo una parte nella sua bocca, ne allargo la restante tra il cuscino e il lenzuolo. Le piego il ginocchio destro per accennare a una lotta. La scena è pronta.

«Prendi più aria che puoi, trattieni il fiato, resta immobile e spalanca gli occhi quanto riesci».

Lei esegue e io scatto tre foto da angolazioni diverse, sono perfette. Compongo il numero e le invio.

Inizio a contare mentalmente.

Recupero la pistola, Monica si è alzata ed è scesa dal letto, ma quando nota l’arma si allontana di un paio di passi e inciampando cade sul letto. Se fosse una situazione normale potrei ridere e poi baciarla, ma c’è in gioco la vita. L’aiuto a rimettersi in piedi e le passo la pistola.

«Io…» balbetta qualcosa di incomprensibile.

La trascino in bagno.

«Lo so, ma se dovesse andare storto qualcosa, spara al primo che entra. Non puoi mancarlo.» chiudo la porta e mi sposto accanto a quella d’ingresso, ho l’armadio attaccato alle spalle.

Questo silenzio amplifica tutti i rumori, il ronzio del compressore del minibar, il respiro irregolare di Monica chiusa in bagno, il pulsare calmo e regolare del mio cuore. La stanza è invasa dal suo profumo dolciastro simile a quello della mia prima ragazza, quando ero ancora convinto che il mondo fosse solo amore e felicità. Estraggo la mia lama da trentadue centimetri dal fodero e li sento arrivare. Distinguo chiaramente come si posizionano dall’altro lato della porta.

Sono passati solo novantotto secondi, sapevano dov’ero.

Mi preparo al loro ingresso, invece sparano attraverso la porta riempiendola di fori. I proiettili si schiantano poco distante da me sul pavimento in legno. Usano armi silenziate.

Monica apre la porta del bagno, la spingo dentro, subito un’altra raffica crea un buco delle dimensioni di un libro. Non capisco perché restino fuori, è contro ogni logica. Sono dal lato opposto alla maniglia della porta, allungo il braccio sinistro evitando ogni possibile rumore, giro lentamente la maniglia e spalanco l’anta finendoci dietro.

Le armi sbuffano, i colpi sibilano nella stanza e il finestrone della camera si frantuma rumorosamente. Finalmente uno dei due entra, come volevo.

Chiudo svelto la porta e gli pianto il coltello al centro della schiena ritraendolo subito, un fiotto di sangue mi sporca un braccio, mi sposto di lato. Noto che il tizio è vestito da cameriere.

Il grido che emette raderebbe al suolo una cristalleria, rimbalza tra le pareti e mi penetra il cervello. Dubito che non sia stato sentito anche da fuori. Ci pensa il suo compare a farlo tacere sparando attraverso la porta, chissà per quale motivo idiota. Il finto cameriere finisce bocconi in un lago di sangue. Controllo la porta del bagno e ci trovo nuovamente lei con lo sguardo fisso al pavimento. Vuole proprio farsi ammazzare.

Recupero l’arma del morto che è migliore della mia, il caricatore contiene pochi colpi, seleziono la modalità a colpo singolo con la leva accanto al grilletto. Attendo paziente la mossa dell’altro, ora siamo in parità numerica. Lo sento sganciare il caricatore, deve inserirne un altro, credo sia a sinistra.

Mi tuffo nell’istante in cui il caricatore tocca terra, sparo attraverso il buco nella porta infilandoci l’arma.

Un tonfo echeggia nel corridoio.

Apro l’anta con cautela, il secondo cameriere si contorce sul pavimento, mi avvicino arma in pugno.

“Fanculo, stronzo!” penso mentre gli pianto una pallottola in testa.

Devo occuparmi di Monica. Torno dentro, lei è ancora intimo sulla soglia del bagno, pistola in mano. Raccolgo i suoi abiti e l’aiuto a vestirsi, riprendo l’arma. Prendo la valigia nell’armadio, mi tolgo la maschera e la nascondo tra i vestiti, vado in bagno e getto le lenti a contatto scure nel water.

Monica mi fissa incredula.

«A proposito, non mi chiamo Alberto.» la prendo per mano «Ora ti porterò nella tua camera, uscirò da questo posto e più tardi ci incontreremo qui.»  le passo il biglietto di un ristorante sicuro in zona «Sono dei servizi segreti, mi sono dovuto infiltrare nella società in cui lavori e ora devo evitare che ti uccidano. Hai delle informazioni che salveranno molte vite».

Mi segue per le scale in silenzio. Arriviamo al primo piano, è tutto tranquillo, apre la porta e la trattengo per un braccio.

«Da domani sarai un’altra donna, dimentica amici e parenti se vuoi vivere.» la guardo negli occhi e mi sorride nel suo solito modo.

«A più tardi.» sussurra.

Mentre mi allontano la sento chiudere la porta a chiave. Ho deciso di nasconderla nel mio appartamento protetto in Germania, me ne frego delle regole, credo di essermi innamorato.

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Comments

27/04/2019 at 21:28

Molto piacevole e dinamico, ci si sente dentro la scena!
Complimenti Cristiano !



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