Premio Ginfranco Viviani – Sabbia Ribelle

Il premio Gianfranco Viviani si è concluso mesi fa e ho deciso solo adesso di pubblicare il racconto inviato al concorso.

E’ lungo, ed è il primo fantasy scritto da me.

Buona lettura.

 

SABBIA RIBELLE

 

Erika usciva di rado dal villaggio in cui viveva, a ventidue anni non era considerata matura dalla sua gente e il traguardo dei venticinque era ancora lontano. La maturità non era solo la libertà di allontanarsi dal villaggio quando ne aveva voglia oppure scegliere il compagno per la vita, era anche l’opportunità di decidere se abbandonare la comunità per continuare la sua vita altrove, tranciare i legami diretti con la famiglia e affrontare il mondo in modo diverso. In certe occasioni, però, era acconsentito a un immaturo uscire dai confini del villaggio accompagnato da un adulto maschio di fiducia, scelto dal padre nel caso non potesse essere lui l’accompagnatore.

Quel giorno era importante e suo padre le aveva dato il permesso per uscire dai confini della sicurezza.

La sua guida era Simenon, basso e muscoloso, dai capelli corti e neri, di rango sociale più elevato del suo e sempre particolarmente gentile con lei, la contadinella dalle trecce rosse e gli occhi del mare in burrasca. Li attendeva un viaggio di almeno tre ore a cavallo per raggiungere un posto speciale dove crescevano delle bacche particolari non coltivabili nella radura del villaggio.

Simeon stava attendendo pazientemente fuori dalla capanna, uno sguardo dalla piccola finestra le mostrò il trentenne nei sui abiti di pelle conciata scura, una sorta di protezione contro le bestie che potevano incontrare lungo il cammino e che lui avrebbe dovuto affrontare per proteggerla. Erika sapeva che era un vestito scomodo, ma il giovane lo indossava con fierezza e lei era affascinata dai muscoli delle braccia che gonfiavano le maniche. Appese alla schiena aveva una balestra e la piccola faretra con i dardi, alla cintura la spada e un piccolo coltello.

Erika si sistemò la veste leggera, una tunica che si allargava sulle gambe e che aveva colori accesi come la sua voglia di scoprire il mondo. Prese i due cesti per la raccolta, gli attrezzi, qualcosa da mangiare lungo il viaggio e il porta fortuna appartenuto a sua madre. Il ciondolo a forma di pesce pendeva al collo sorretto da un cordino di pelle scura appena visibile dalla minima scolatura del vestito.

Suo padre era fuori nei campi già dal mattino presto e lei sapeva che si fidava ciecamente di Simeon il cacciatore. Prese un bel respiro e uscì con il suo armamentario da caricare sul cavallo che il giovane aveva scelto per lei. Avvicinandosi notò che era una femmina, marrone dalla criniera nera, Simeon era accanto a un maschio grigio che s’intonava perfettamente ai suoi occhi che avevano rubato il colore al cielo in tempesta.

Senza dire una parola, il giovane, si prodigò nel caricare le ceste sui fianchi della cavalla ed Erika si rese conto che il suo abbigliamento forse non era adatto per cavalcare in velocità. Il sole splendeva a tre palmi sopra l’orizzonte indicando che non era ancora metà mattina.

«Sei pronta?» finalmente il tenebroso Simeon le rivolse la parola.

«Sì, anche se credo di aver sbagliato abito.»

«Sei ancora in tempo per cambiarlo.»

«No, ci metterei troppo, devo essere a casa prima di sera con le bacche della pianta del bosco Razith.» Erika sorrise «Devo fare una torta speciale domani e come mio accompagnatore sei invitato a pranzare da noi. Non accetto rifiuti.»

«Allora,» Simeon la sollevò con facilità aiutandola a sistemarsi in sella «è meglio muoversi.»

Il ragazzo si mise davanti e puntò nella direzione della porta a est del piccolo villaggio di quarantadue capanne, quando varcarono l’arco di pietre due uomini di guardia li salutarono con un cenno della mano destra, indossavano un abbigliamento simile a quello del suo accompagnatore, solo più complesso, con le spalline e i pettorali rinforzati per resistere agli attacchi di possibili briganti o creature particolarmente forti. Da quando lei era in vita aveva vissuto i momenti della difesa del villaggio in quattro o cinque occasioni, l’ultima, tre anni prima, le aveva lasciato un segno indelebile nell’anima.

Il taciturno Simeon decise un trotto leggero ma che le permetteva di restare in sella senza problemi, data la scomodità dell’abito lungo. La strada si inerpicava su di una collina, Erika si voltò per osservare il villaggio dall’alto. Si vedevano i confini a formare una specie di nuvola dai contorni arrotondati, il fiume si divideva in due abbracciando l’area a nord e sud prima di riunirsi molto distante e curvare infine verso sud. Le case erano ancora parecchio lontano dagli argini, ma in futuro le dimensioni sarebbero aumentate fino a lambirli. Gli abitanti erano un totale di centosettanta tra adulti e bambini e non c’era alcun capo, tutto era gestito in armonia e di comune accordo tra gli uomini.

Questo lo rendeva il posto speciale che Erika probabilmente non avrebbe mai abbandonato.

Un boschetto si presentò ai loro occhi, Simeon annusava l’aria facendo invidia a qualsiasi segugio a quattro zampe presente al villaggio. Le querce coprivano il cielo con i loro rami intrecciati e le foglie lasciavano poco spazio ai raggi del sole estivo che faticavano a raggiungere il terreno umido e pieno di muschio.

Simeon stava seguendo una linea retta ben precisa, la più breve e non aveva intenzione di deviare.

«Tra un po’ dobbiamo far riposare i cavalli.» sentenziò il giovane fissandola negli occhi. Lei, in quel momento, era alla destra di Simeon e stavano procedendo più lentamente a causa degli alberi molto vicini.

«Vuoi mangiare qualcosa?» Erika arrossì abbassando lo sguardo.

«Non ho fame.»

«Dove ci fermeremo?»

«Dopo il bosco c’è una strada che porta a una collina e prima c’è una radura con un laghetto dove far bere gli animali. »

Erika si guardò attorno, gli alberi nascondevano chissà quali bestie e insetti, ma non aveva paura di quel posto, si sentiva solamente a disagio nell’esserci da sola con un uomo.

Passarono alcuni minuti dove il silenzio tra lei e Simeon era rotto solo dal canto degli uccelli e dagli sbuffi dei due animali che li stavano pazientemente trasportando. Gli alberi cominciarono a diradarsi e finalmente la vista poteva godere di erba verde e cielo azzurro. Il sole si era sollevato ancora, Erika calcolò in cinque palmi la distanza dell’astro dall’orizzonte e significava essere a metà mattina inoltrato.

La collina si mostrò davanti a loro, Erika notò però qualcosa di molto chiaro in lontananza, sulla loro sinistra.

«Guarda laggiù!» esclamò indicando con l’indice destro.

Simeon seguì il dito e fermò il cavallo, Erika lo imitò restando in attesa.

«L’ultima volta c’era l’acqua, sono sicuro che ci fosse un laghetto.» il ragazzo si grattò la fronte «Comunque più avanti c’è un villaggio, ci fermeremo lì per un po’.»

«Sento che c’è qualcosa che non va, quella mi sembra sabbia.»

«E’ impossibile, il mare è ancora molto distante.» sentenziò lui.

«Vado a vedere»

Erika girò la cavalla nella direzione di quel mare giallognolo e Simeon si affiancò con lo sguardo fisso in avanti, mostrava segni di tensione che fino a quel momento lei non aveva mai notato. La distanza si ridusse in breve e quello che trovarono era realmente sabbia.

«Com’è possibile?» Simeon allargò le braccia «Quale razza di magia è questa?»

«Che cosa vuoi dire?»

«Questo era il laghetto!»

Erika smontò dall’animale avvicinandosi a quello che restava dello specchio d’acqua, Simeon le si avvicinò guardingo e con la mano destra sull’impugnatura della spada.

«Guarda, queste sembrano onde.» toccò la superficie di sabbia lasciando un’impronta che si cancellò subito dopo aver tolto la mano. Prese un bastone che era poco distante e provò a piantarlo nella massa giallognola, non fece fatica e riuscì a farlo affondare quasi totalmente. Sfilò il legno e dal buco prodotto zampillò acqua per alcuni secondi e poi tutto tornò sabbia.

«Andiamo via, questa è magia cattiva!»

Simeon la circondò col braccio destro e la sospinse dolcemente accanto all’animale, Erika si issò in sella e il giovane si prodigò nell’assicurarsi che non cadesse, poi montò a cavallo puntando nella direzione della collina quasi al galoppo.

Avevano perso solo pochi minuti, in breve scollinarono e raggiunsero il gruppo di case di cui Simeon le aveva parlato. Il villaggio sembrava disabitato, i cavalli divennero nervosi e Simeon guardava in ogni direzione quasi impazzito.

«Un mese fa c’erano gli abitanti.» smontò da cavallo e si avvicinò a una casa. La porta era aperta e dentro non c’era nessuno. Erika notò dei barili di legno che dovevano contenere acqua, ma erano pieni di sabbia.

Uscì e cercò i campi o gli orti trovando solo piante secche, nessuno le annaffiava da tempo e sul terreno c’erano chiazze di sabbia.

«Le persone devono essersene andate perché non c’è più acqua.» Erika toccò il terreno e le sue dita si bagnarono per poi brillare per i riflessi dei granelli dorati.

«Questo posto è maledetto! Dobbiamo tornare a casa e avvisare gli altri.»

«Ma io devo prendere le bacche…»

«Dobbiamo andarcene!» Simeon le porse la mano destra «Io devo proteggerti, andiamo a casa.»

Erika si avvicinò ignorando la mano tesa e baciò Simeon sulla guancia destra.

«Non c’è niente di pericoloso per ora, aiutami a prendere le bacche, voglio festeggiare mia madre domani, e poi racconteremo a tutti ciò che abbiamo visto.»

Simeon abbassò lo sguardo e in silenzio prese per mano Erika accompagnandola al cavallo.

«Cerchiamo di fare in fretta.»

Spronarono gli animali al galoppo, Erika si sollevò la tunica per stare meglio in sella. Attraversarono una radura immensa, verdissima, dove non incontrarono nessuno ed Erika era ansiosa di riempire le ceste per mantenere la promessa fatta all’uomo, poi gli avrebbe chiesto di proseguire verso l’ultima meta di quel giorno; il mare che lei adorava e voleva rivedere.

Il bosco si palesò davanti a loro appena percepibile all’orizzonte, al galoppo impiegarono pochi minuti per arrivare ai confini dell’area verde. Erika non riusciva a valutarne l’estensione ed erano passati almeno dieci anni da quando c’era stata con i suoi genitori. La pianta delle bacche che cercava era nel profondo del bosco, dove la luce del sole arrivava a stento e il terreno era sempre umido. Non poteva sbagliare, l’avrebbe riconosciuta per le foglie a spirale, i fiori bianchi a campana rovesciata che catturavano gli insetti e le bacche violette di forma allungata.

L’ingresso nel bosco era agevole, anche se non sembrava essere battuto spesso dagli esseri umani, l’umidità aumentò considerevolmente dopo alcuni metri ed Erika notò la fronte di Simeon imperlarsi di sudore.

«Simeon, non hai caldo con quella roba addosso?»

«E’ necessaria, quindi va bene così.»

«Sei sempre così serio o lo fai solo con me?»

«Io…» Simeon abbassò lo sguardo «no, ma non so di cosa parlare con una femmina.»

«Invece io vorrei parlare con te, vorrei conoscerti meglio.»

Simeon non rispose e lasciò cadere la conversazione nascondendosi nel suo mutismo solitario.

Il silenzio li accompagnò fino al punto dove Erika riconobbe una pianta di bacche.

«Credo che siamo arrivati.»

Smontò dal cavallo e lo assicurò con le redini a un ramo basso di un albero, prese un coltellino che sembrava un imbuto e iniziò a raccogliere i frutti.

Simeon si avvicinò al cespuglio e ne staccò un paio con le mani esaminandole bene, poi le assaggiò.

«Come sono dolci.»

«Non si raccolgono così, altrimenti quel rametto non produrrà più. Si usa questo coltello per tagliarne una parte in modo che sviluppi altre gemme.» Erika svuotò le bacche nel primo cestino «Ogni nuova gemma sarà un bacca.»

«Scusa.»

«Non preoccuparti» Erika prese il giovane per mano «vieni, ci sono altri cespugli, vediamo come te la cavi con la raccolta.»

Simeon osservò attentamente i movimenti che compieva e quando lei gli passò il raccoglitore qualcosa accadde tra loro e il cuore le saltellò in gola, mentre Simeon restò immobile per alcuni secondi.

Erika si allontanò dalla pianta per cercarne altre, i sandali in cuoio si appiccicavano alla fanghiglia, una voce stridula e appena percettibile attirò la sua attenzione.

«Avvicinati.» il sussurro proveniva da qualche parte attorno a lei.

«Sono qui, non mi vedi?»

«Chi sei?» chiese impaurita.

«Sono l’acqua.»

«Cosa?» Erika non capiva e pensava di avere le allucinazioni «Non ci credo.»

«Guarda la foglia davanti a te, quella più grande.»

Osservò bene e vide una goccia, piccola e quasi trasparente. Si muoveva lentamente, contro ogni logica della natura.

«Aiutaci.»

«Non capisco, che genere di aiuto potrei dare a una goccia?»

«E’ tutta l’acqua che ha bisogno di te.»

«Non posso, sono una semplice contadina.»

«Tua madre non è morta per caso.» la goccia s’ingrandì mostrandole le ultime scene di vita della sua mamma «Lei aveva un dono e lo ha dato a te.»

«Io…» gli occhi le si riempirono di lacrime «Tu non sei reale!» urlò.

Simeon si avvicinò in fretta «Cosa succede?»

«Niente, solo dei vecchi ricordi.»

«Credimi, vai alla spiaggia e guarda.» la goccia si spostò sulla foglia «Abbiamo bisogno di te.» poi sparì.

«Sono ricordi cattivi.» Simeon mostrò il cesto pieno di bacche e un fiore bianco comparve nella sua mano sinistra.

«Sei gentile, grazie.» Erika si asciugò il viso e prese il secondo cesto «Riempiamo anche questo e dopo…» fissò il giovane dritto negli occhi «vorrei andare a vedere il mare, è importante per me.»

«Se ti dovesse accadere qualcosa tuo padre non me lo perdonerebbe mai.»

«Mio padre si fida di te, ma se non vuoi andare… Lo capisco.»

Simeon si rimise al lavoro accanto a lei.

«Il mio cuore è al tuo servizio.»

Finirono in pochi minuti e anche il secondo cesto fu legato a un lato della sella. Il bosco copriva il sole ed Erika non riusciva calcolare il tempo, ma il suo stomaco non mentiva e aveva bisogno di mangiare qualcosa. Prese il cibo da una sacca e lo porse a Simeon che divorò un pezzo di carne essiccato e la verdura fresca in pochissimi secondi. Lei impiegò più tempo, non era educato per una donna mangiare velocemente, tantomeno emettere rumori durante il pasto. Simeon le portò la borraccia dell’acqua ed Erika si dissetò eliminando il sapore salato della carne.

Non riusciva a scordare la goccia e non credeva a quello che aveva visto, ma se quella non era stata un’allucinazione, doveva capirci di più. Decise di provare a parlarne con Simeon, anche se aveva notato il forte legame con la superstizione che l’accompagnava.

«Simeon, voglio raccontarti cos’è successo prima.»

La sua guida fece un cenno col capo mentre gustava un pezzo di pane.

«Una goccia d’acqua mi ha chiesto aiuto, dice che ho un dono che mia madre mi ha lasciato.»

«E le credi?»

«Mi ha mostrato la morte di mia madre e ha detto che non è stato un caso.»

«Mi ricordo quel giorno.» Simeon le prese le mani tra le sue «Lì ho deciso che ti avrei protetta per sempre, tua madre ha salvato mia sorella. Sono diventato un bravo cacciatore solo per te.»

Erika arrossì.

«Simeon, la goccia ha detto che devo aiutare l’acqua. Potrebbe avere a che fare con il lago di sabbia e il villaggio. Ha detto di andare a vedere il mare.»

«Quello che abbiamo visto è stregoneria, è pericolosa. Ti porterò al mare, ma alla prima stranezza torneremo in fretta a casa.»

Simeon si prodigò nel chiudere bene le ceste e fissarle in sicurezza alla sella.

Erika salì in groppa alla sua cavalla e praticò uno strappo alla tunica per allargarla e stare in sella più saldamente.

«Così potrò cavalcare più velocemente nel caso dovessimo fuggire.»

«Bene, andiamo.» Simeon si affiancò e insieme spronarono gli animali a mettersi in marcia.

Erika non sapeva quanto fosse distante il mare dal bosco di Razith, ma non le importava. Avevano tutto il pomeriggio per tornare indietro.

Passò parecchio tempo prima che riuscissero a oltrepassare il fitto degli alberi e ritrovarsi in una vallata ampia e brulla. Tutto era secco, perfino gli ultimi alberi del bosco stavano morendo.

«E’ una maledizione.» Bisbigliò Simeon.

«Il mare dov’è?»

«Più avanti, verso est.»

Il cavallo grigio s’impennò improvvisamente e l’uomo rischiò di cadere. Tirò le redini in modo deciso ma l’animale era nervoso e poco dopo la femmina iniziò a girare su se stessa. Qualcosa stava avanzando verso di loro, si muoveva allo stesso modo dell’acqua ma era dorata e luccicava al sole a picco sulle loro teste. Si sollevò un vento forte che li costrinse a coprirsi gli occhi da tutto ciò che stava volando in giro e poco dopo tutto tornò calmo. Quando Erika riaprì gli occhi trovò sabbia al posto dell’erba secca.

«Andiamo al mare, Simeon. Dobbiamo capire cosa sta succedendo per poterlo spiegare agli altri.»

Comandarono il galoppo e i cavalli eseguirono lanciandosi velocemente tra la sabbia, Erika osservò la nube dietro di loro allargarsi e oscurare il bosco. La cavalcata verso il mare proseguì per diverso tempo, ma quando raggiunsero il posto non riuscirono a riconoscerlo.

Il mare c’era ancora, ma era arretrato più del normale e non era il periodo di bassa marea. La sabbia ricopriva una vasta area dove emergevano coralli e spugne.

«Non è possibile.»

Erika scese dal cavallo e i suoi piedi affondarono nel terreno. Anche Simeon si ritrovò con i suoi immersi nella sabbia. Camminarono a fatica fino a raggiungere l’acqua, le onde che toccavano la riva si trasformavano immediatamente in sabbia contribuendo ad aumentare la distesa luccicante e giallognola.

«Aiutaci!»

In quel caso fu un coro di voci, forse migliaia, e anche Simeon percepì qualcosa.

«Come potrei mai aiutarvi?»

«Il re delle sabbie si sta ribellando agli accordi con la natura, vuole diventare padrone assoluto della terra.»

«Io non capisco, come può esistere un re delle sabbie?»

«Parli con me?» chiese Simeon.

«Credo sia il mare, non lo senti?»

«Io sento solo un forte rumore di onde.»

«Sei il re delle acque?»

«Noi tutt’uno, non abbiamo re o signori.» una colonna d’acqua si sollevò davanti a lei diventando un cilindro quasi trasparente.

Simeon si accorse dell’evento e sguainò la spada spostandosi davanti a Erika. Di rimando uno sbuffo potente lo colpì gettandolo a diversi metri di distanza.

La colonna d’acqua mutò e immagini provenienti da posti sconosciuti e remoti le mostrarono animali trasformarsi in sabbia dopo aver bevuto l’acqua di un fiume, terre aride dove non pioveva e la gente moriva di sete.

«Erika, abbiamo bisogno del tuo potere o la vita cesserà di esistere.»

«Voi conoscete il mio nome?»

«Noi sappiamo tutto di te e del ciondolo che porti al collo.»

Simeon si era rialzato e le era accanto con la spada in mano.

«Rimettila a posto, non corriamo pericoli.»

«Ogni momento miliardi di noi diventano sabbia e molti di voi muoiono. Non potremo resistere ancora a lungo, non possiamo tenere testa a Nohathr.»

«E io che potrei fare? Sono soltanto una donna.»

«Anche tua madre era una donna, ma, finché era in vita, Noahthr non poteva usare la sua magia per modificare gli equilibri della natura. Lei deteneva l’equilibrio delle forze terrene, ogni volta che una pacificatrice muore ne deve essere scelta un’altra.»

Erika tirò fuori il ciondolo da sotto la veste e l’osservò luccicare alla luce del sole.

«Sei la sola che può fermarlo.»

La colonna d’acqua cambiò forma e diventò un viso che Erika conosceva molto bene. Un rombo riempì l’aria e la faccia si frantumò in miliardi di gocce che tornarono al mare. Le sue gambe rimasero intrappolate nella sabbia che iniziò ad aumentare coprendo le ginocchia, Simeon stava lottando ma più sabbia toglieva e più se ne accumulava.

«Simeon!» gridò Erika.

«Dobbiamo scappare da qui!» rispose lottando con mani e pugnale per liberarsi i piedi.

Forti rimbombi risuonavano nell’aria e il mare era diventato muto.

«Non riesco a muovermi e la sabbia aumenta!» Erika era costretta a gridare per sovrastare i boati che arrivavano dal cielo.

«Non puoi fermarmi!» tuonò una voce intorno a loro «Presto tutto sarà mio!»

«Sei tu ad aver ucciso mia madre?»

«Le pacificatrici sono sempre state un problema per chi vuole il potere assoluto.»

La sabbia le era arrivata all’altezza dei seni e il suo compagno ne era già ricoperto fino al collo.

«Simeon, avevi ragione.» Erika guardò verso il mare «Non credo che torneremo a casa.»

«Io voglio…» il cacciatore sputò la sabbia che gli lambiva le labbra «Io vogl…»

«Simeon, no!» gridò talmente forte che l’acqua si sollevò in un’onda alta quasi due persone che restò immobile davanti a loro; il cacciatore era diventato una colonna di granelli gialli.

«Perché non fate niente?» Erika fissò l’acqua con le lacrime agli occhi.

«Devi scoprire il tuo potere!»

«Simeon non deve morire!» guardò il cielo «Non posso stare senza lui!»

«Solo tu lo puoi salvare.»

«Noahthr, pagherai per ciò che stai facendo!»

La rabbia in Erika montò incontrollabile, tremava mentre la sabbia le era arrivata alla bocca, l’onda era lì, sollevata davanti a lei, e più il dolore per Simeon cresceva e più l’onda si allargava.

Erika fissò l’acqua e spostò lo sguardo rapidamente verso la colonna di sabbia.

E il tentativo riuscì.

L’onda obbedì e si schiantò rapidamente contro ciò che Simeon era diventato, l’impatto fu violento e il trentenne fu scagliato a molti metri di distanza.

Erika guardò verso il corpo che giaceva immobile. Doveva liberarsi, quasi non respirava più.

«Tu, morirai.» la voce era tornata.

Lei guardò la sabbia che la stava ricoprendo e fissò il mare, controllando la sua rabbia creò un’onda più piccola della precedente che fece schiantare su se stessa liberandosi. Si rialzò e corse verso Simeon ancora a terra, non respirava e le labbra erano scure.

«No! Simeon, no!» d’istinto, più che per rabbia, sferrò un pugno sul torace dell’uomo e la pressione prodotta contribuì a fargli espellere parecchia sabbia dalla bocca. Simeon tossì molte volte , si stava riprendendo ed Erika iniziò a singhiozzare dalla gioia. La sabbia tornò a muoversi intorno a loro e lei doveva difendere il giovane che era ancora debole. Una risata cupa si propagò nell’aria mentre il mare perdeva ancora terreno.

Erika trascinò via il suo compagno prendendolo per i polsi, con le braccia che sembrava volessero staccarsi dal corpo, riuscì a spostarlo per diversi metri raggiungendo i cavalli che erano stranamente tranquilli. La distesa gialla e luccicante si muoveva nella loro direzione sempre più in fretta, Simeon era in ginocchio e stava vomitando grumi di sabbia tossendo convulsamente. In una tremenda fatica mai provata, sollevò l’uomo fino a issarlo sul cavallo come un sacco pieno, andò dall’altro lato dell’animale e fissò Simeon negli occhi grigi e sofferenti.

«Forza, dobbiamo scappare.» accarezzò la testa del trentenne che cercò di sistemarsi in sella, il colorito stava tornando normale.

Erika saltò in groppa al suo cavallo, guardò verso il mare e la sabbia stava arrivando rapidamente, uno sguardo veloce a Simeon le mostrò una persona rinata, gli occhi erano lucenti e un leggero sorriso si disegnò sul viso.

«Corriamo a casa.»

Simeon spronò la bestia e partì al galoppo, Erika non aspettò nemmeno un secondo e gli fu subito dietro. Puntarono verso il bosco di Razith e in pochi minuti arrivarono al limitare dell’area, gli alberi secchi erano aumentati di numero e s’inoltrarono nel fitto al passo, non potevano andare più forte.

Il sole stava calando, Erika lo percepiva anche se non vedevano il cielo, i cavalli s’impennarono quasi disarcionandoli e poi si bloccarono sul posto nitrendo e girando la testa a destra e sinistra impazziti. Dagli alberi sbucarono decine di teste di lupo ringhianti.

«Lupi!» gridò Erika.

Simeon sguainò la spada, voleva spostare il cavallo davanti a Erika ma quello non ne voleva sapere. Uno dei lupi balzò in avanti arrivando a pochi passi dal cavallo di Simeon e gli altri riempirono il piccolo spazio intorno a loro. Erika spostava lo sguardo in continuazione da Simeon ai cani cercando di cogliere in anticipo qualsiasi reazione, ma le era impossibile. Uno dei quadrupedi scuri attaccò improvvisamente, l’uomo l’intercettò con un colpo di spada prima che la raggiungesse, altri due imitarono la mossa concentrandosi su Simeon riuscendo a disarcionarlo.

I due lupi erano in vantaggio e gli altri si stavano preparando per attaccarla, Erika saltò giù dalla sua bestia mettendola tra se i lupi, raccolse la balestra di Simeon e un dardo caduto poco distante. Uno degli animali balzò finendo contro il fianco del cavallo, Erika impugnò l’arma che non aveva mai usato rivolgendola verso uno dei cani che cercava di sbranare il cacciatore e schiacciò la leva. La piccola freccia appuntita s’infilzò sul fianco del lupo che stramazzò di lato liberando un braccio di Simeon. L’altro animale fu allontanato a suon di pugni.

«Basta!» gridò imperiosa «Vi ordino di lasciarci passare!»

I lupi continuarono a ringhiare mentre Simeon ne sistemava un terzo con un pugnale.

«So che mi capite!» tirò fuori il ciondolo da sotto la veste mettendolo bene in vista appeso al collo «Non costringetemi a usare la violenza.»

Il ciondolo brillò e le bestie placarono la loro ira eseguendo una sorta di inchino con il muso a terra.

«Tu sei la pacificatrice.» assentì uno degli animali che si trovava davanti a lei «Perdonaci, abbiamo fame e sete, da dove veniamo c’è solo sabbia.»

Erika si avvicinò al lupo che aveva trafitto con la freccia, s’inginocchiò e osservò la vita che stava per cessare. Sollevò delicatamente il muso dell’animale avvicinandolo al suo viso.

«Perdonami, ti prego.» con le lacrime agli occhi accarezzò il lupo che morì tra le sue braccia.

«Ho parlato con il mare, la causa di tutto è Nohathr.» si rivolse all’animale che le aveva parlato.

«Il re della sabbia…» confermò il lupo.

«Esatto, so che è mio compito fermarlo, ma avrò bisogno del vostro aiuto.»

«Che cosa dobbiamo fare?»

«Dovete seguirmi al mio villaggio, lì dovrebbe esserci ancora acqua, farò in modo che nessuno vi faccia del male e in cambio difenderete la mia gente dai possibili attacchi di altri esseri mandati da Nohathr.»

«Come desideri, Zinech.»

Erika non capì e l’animale spiegò il perché del’affermazione.

«Questo è il tuo nome nel regno della natura e con questo tutti ti riconoscono.»

Erika sorrise, montò in sella seguita da Simeon che non parlava più. Ripartirono verso il villaggio e quando uscirono dal bosco, lanciarono i cavalli al galoppo superando la radura dove la sabbia aumentava sempre di più. Passarono le case deserte per infilarsi nel boschetto dopo la collina e in poco tempo raggiunsero il villaggio, il sole era basso ma il tramonto era ancora lontano.

Entrarono dalla porta a est seguiti dai lupi, erano una sessantina e avevano i cuccioli, i suoi compaesani si chiusero nelle case e chi era di guardia imbracciò balestre e sguainò spade.

«Fermatevi, sono nostri amici.»

Simeon saltò giù dal cavallo e fermò un giovane appena in tempo.

«Che stai dicendo, figlia mia?»

Erika guardò suo padre, l’uomo dai capelli lunghi grigi e gli occhi chiari era preoccupato.

«Padre, conoscevi il segreto della mamma?»

«Sì.»

«Sta succedendo qualcosa di molto grave e io ho ricevuto il suo dono. I lupi che ho portato sono al nostro servizio, hanno bisogno di mangiare e bere. Bisogna prepararsi a possibili attacchi.»

«No, non voglio perdere anche te!»

«Lo so che è pericoloso» si avvicinò abbracciando l’uomo dai vestiti sporchi di terra «ma devo difendere la natura e noi dal re della sabbia. Parla col consiglio, bisogna fare scorta d’acqua e cibo nel caso il fiume diventi sabbia.»

«In casa c’è un baule, ci troverai ciò che apparteneva a tua madre.»

In quel momento un ragazzo arrivò correndo verso la piccola folla, vide i lupi e si bloccò con la paura in volto, ma quello che aveva da dire era troppo importante.

«Il fiume sta uscendo dagli argini!»

«E’ già tardi.» sentenziò Erika «Bisogna prendere più acqua possibile, non bevete dal fiume, chi beve morirà.»

«Useremo i pozzi.» comunicò un anziano «Muoviamoci.»

«Padre, devo andare a cercare Nohathr per fermarlo.» Erika guardò Simeon «Non so se tornerò, ma volevo dirti che sei molto importante.» poi si rivolse lupi «Non dimenticherò il vostro aiuto.»

Erika si avviò verso la sua capanna, entrò e aprì il baule indicatole dal padre. Dentro c’era poco, un pugnale ricurvo con una pietra verde e un libro di poche pagine rilegato in pelle antica. Prese tutto e lo mise in una borsa, si strappò la parte bassa della veste scoprendo le gambe poco sopra il ginocchio e uscì di corsa dalla casetta.

Simeon la fermò scontrandosi con lei, gli occhi del trentenne erano magnetici e lui la baciò.

«Vengo con te.»

«Posso impedirtelo?»

«Anche se lo facessi ti seguirei.»

Erika non rispose, salì in groppa al cavallo, non aveva più bisogno d’aiuto, e uscì al galoppo dalla porta est seguita dal suo nuovo amore. Non sapeva dove andare per trovare il suo nemico, ma era sicura che si sarebbe palesato quando lei l’avrebbe chiamato. Decise di andare verso la foce del fiume, che sicuramente era già diventato sabbia. Seguirono il corso d’acqua che stava uscendo dagli argini fino a quando diventò solo una distesa granulosa.

Fermò il cavallo, Simeon era accanto a lei sempre taciturno e osservava il disastro che c’era davanti a loro. Erika aprì il libretto, lesse la lingua che non aveva mai conosciuto eppure capiva tutto, il pugnale era magico, aveva il potere di controllare gli elementi della natura.

Erika impugnò l’arma tenendola rivolta verso il basso, la punta ricurva era diretta verso il suo cuore mentre la teneva davanti a se.

«Nohathr!» il vento iniziò a soffiare impetuoso sollevando la sabbia «Sono Zinech, tu sei sottomesso al mio volere.»

La voce che conoscevano rise cupamente «Tu non sei Zinech, non hai nemmeno un briciolo della sua potenza. Eliminarla è stato difficile, ma ora nessuno potrà fermarmi!»

La sabbia davanti a loro si sollevò in un turbine, ne nacque un essere granuloso alto più di quattro uomini. Si muoveva tutt’uno con il resto del mare giallo e non aveva gambe. I cavalli impazzirono, saltavano sul posto nel tentativo di far cadere i loro fantini e poter scappare via, Erika non capiva perché non riuscisse a parlarci come aveva fatto con i lupi. Il gigante sparò verso di loro una palla di sabbia che li investì ribaltandoli insieme agli animali.

Erika aveva perso il pugnale e si mise a cercarlo, Simeon armeggiò con la balestra e colpì l’essere con un dardo che sparì nel corpo granuloso.

Le armi che avevano erano inutili.

Il gigante rispose comandando alla sabbia di sollevarsi e seppellire Simeon. Il giovane non si fece sorprendere e tuffandosi in avanti riuscì a evitare l’attacco, Erika trovò il pugnale e si rimise in piedi. La pietra verde brillava pulsando all’unisono con il ciondolo, doveva scoprirne la potenza e imparare a usarlo.

Il gigante colpì nuovamente, stavolta era talmente vicino che allungò una sorta di arto verso di loro, muovendolo dall’alto verso il basso. Simeon spiccò un salto nella sua direzione mentre lei si protesse sollevando d’istinto il braccio armato, l’impatto della sabbia fu violento ma nessuno venne schiacciato dall’arto improvvisato.

La lama ricurva separò la sabbia, disintegrando il braccio, l’essere richiamò a se ancora molti granelli ingrandendosi sempre di più.

Erika capì come usare l’arma.

«Devo arrivare a trafiggere quell’essere!»

«Io lo distraggo.» Simeon di mosse attirando l’attenzione del mostro senza occhi e lei seguì un altro percorso per avvicinarsi il più possibile alla massa granulosa.

L’essere era impegnato a tirare bordate di sabbia verso il trentenne che schivava ogni colpo e ogni ostacolo che gli veniva creato sul terreno. Erika osservava mentre arrivò a pochi metri di distanza, ma Nohathr aveva occhi ovunque e un secondo mostro nacque davanti a lei. Non ci pensò troppo e lo trafisse con la lama, la pietra alla fine dell’impugnatura brillò, il mostro si disintegrò.

Ne emerse subito un altro mentre il primo continuava a colpire Simeon, Erika aveva bisogno di tempo e doveva trovare il vero Nohathr. Trafisse anche il secondo essere, in uno sforzo che non sapeva quanto potesse durare, continuava a correre evitando ostacoli e attaccando tutto ciò che si muoveva.

Capì di trovarsi nel letto del fiume, prese il pugnale e lo piantò nella sabbia, questa si trasformò in acqua ma non era abbastanza per creare un’onda come quella al mare. Doveva spostare la battaglia più a nord, dove il fiume ancora scorreva. Si lanciò contro il primo gigante che aveva intrappolato Simeon e lo trapassò in corsa disintegrandolo in una pioggia di granelli.

«Dobbiamo raggiungere l’acqua!»

Un secondo gigante nacque dietro di loro ed Erika iniziò a correre verso nord seguendo ciò che restava del fiume, altri esseri comparvero dal suolo e il vento aumentò d’intensità scagliando ovunque rami secchi, sabbia e polvere. Simeon avanzava controvento in ginocchio e anche i mostri ne risentivano, cambiarono forma abbassandosi e allungandosi per guadagnare terreno. Nohathr doveva essere lì da qualche parte, altrimenti non poteva controllare la sabbia in quel modo ed Erika capì che era un essere in carne ed ossa. Cercò ovunque mentre risaliva il corso del fiume, il ciondolo emetteva luce, un pezzo di legno le passò a pochi centimetri dalla testa. Il vento non li aiutava affatto, doveva trovare il modo per controllarlo. Erika notò un masso poco più a destra e l’indicò a Simeon, lo raggiunsero quasi strisciando e finalmente erano al riparo.

Gli esseri di sabbia li arrivarono ed Erika li disintegrò col pugnale. Doveva portare il nemico allo scoperto, individuare dove si nascondeva. Osservò l’area che poteva vedere dalla sua posizione cercando un segno della presenza e notò che alcuni alberi non erano sferzati dal vento. Considerò che Nohathr peccasse di sicurezza per la sua invisibilità e che fosse così sfrontato da essere esposto e senza difese.

«Simeon, ho un compito per te.» indicò un gruppo di alberi «Tra il quarto e il quinto deve esserci Nohathr, non possiamo vederlo ma penso sia lì. Dobbiamo ferirlo, hai solo una possibilità, devi colpire tra i due alberi, altezza di bambino.»

Simeon obbedì, armò la balestra e calcolò l’angolo per far si che il dardo riuscisse a coprire la distanza richiesta, compensare il vento laterale e colpire nel punto giusto. Trattenne il respiro e tirò indietro la leva. La piccola freccia saettò via, curvò verso sinistra e restò ferma in aria prima di compiere una rotazione cadendo in terra. La magia dell’essere s’indebolì e la sabbia del fiume sparì liberando l’acqua che tornò a defluire nel letto del fiume. Il vento cessò di soffiare e poterono alzarsi per andare a cercare colui che si definiva re delle sabbie. La distesa granulosa iniziò a ritirarsi lentamente, la battaglia era vinta, il punto dove avevano abbattuto Nohathr era lì davanti a loro, ma del corpo nessuna traccia.

«Doveva essere qui, pensavo che ferendolo l’avremmo visto.»

Simeon controllò dietro gli alberi senza trovare nulla, il corpo era semplicemente sparito. Avvenne qualcosa che Erika non percepì subito, ma il ciondolo diventò caldo, Simeon venne proiettato contro un albero e cadde al suolo assumendo una posizione scomposta, non si muoveva più.

«Simeon!» Erika corse dal giovane, ma non riuscì a raggiungerlo. Si sentì sollevare da terra, osservò il suolo allontanarsi mentre raggiungeva la sommità degli alberi. Nohathr rise con la sua solita voce cupa, evidentemente la ferita lo aveva solo rallentato. Le intenzioni dell’essere erano chiare e lei si preparò a cadere e morire. Il nemico aveva ragione, non era all’altezza del compito affidatole.

Erika guardò il cielo e poi la terra, Simeon era sparito, lo cercò e lo vide barcollare verso gli alberi con la spada  sguainata. Il ciondolo brillava pulsando e lei si domandò se poteva controllare la natura, non voleva morire; era troppo presto. La rabbia per aver fallito riempì il suo cuore come era successo al mare, il vento tornò a soffiare ed era stata lei a evocarlo, solo che non aveva idea di come sfruttarlo. Nohathr decise di farla finita ed Erika iniziò a precipitare. Con le lacrime agli occhi si preparò all’impatto sperando che la morte arrivasse in fretta e senza sofferenze, gli alberi curvarono le cime.

Guardò giù e vide Simeon lottare tra gli alberi contro l’essere dalle quattro braccia che non era più invisibile e sembrava aver perso i suoi poteri. Il forte vento deviò la sua caduta avvicinandola agli alberi e le cime piegate funzionarono come una rete che dolcemente, di ramo in ramo, l’accompagnò a terra sana e salva. Capì che la natura doveva essere rispettata e protetta, e che lei doveva educare gli esseri umani a farlo.

Corse da Simeon che non riusciva più a tenere testa al re delle sabbie. Questo lo prese con uno dei quattro arti e lo lanciò contro un albero, lei impugnò la sua arma magica puntando contro l’essere ribelle.

«Nohathr!» Erika correva «Muori!»

Il re della sabbia sollevò Simeon e lo scagliò contro di lei, Erika spiccò un salto facendosi aiutare dal vento, scavalcò il giovane che si schiantava al suolo e conficcò il pugnale nel petto del mostro.

Il grido che uscì dall’essere scosse la terra, la sabbia rimasta si sollevò in un turbine, Erika fu presa da una delle braccia e sbattuta in terra. Nohathr si strappò il pugnale dal petto e barcollando le arrivò sopra. Erika d’istinto allungò le braccia per proteggersi, ma il colpo si fermò a mezz’aria. Simeon contrastò il fendente piantando la spada nel corpo dell’essere scuro ricoperto di peluria e tenendolo lontano da lei.

Erika si rialzò e strappò il pugnale dalla mano di Nohathr conficcandoglielo nel collo, poi continuò il movimento con forza finché la testa si staccò. Dal corpo del mostro uscì qualcosa simile al sangue, ma era giallo. Simeon estrasse la spada che non aveva prodotto alcuna ferita, il liquido di cui era sporco usciva dal taglio prodotto nel torace dal pugnale.

Nohathr non emise alcun gemito, le corte gambe si piegarono di lato e il corpo stramazzò sul fianco destro. Pochi secondi e non restò altro che pelo scuro che il vento ancora forte spazzò via.

Erika si preoccupò per Simeon, il corpo tozzo era pieno di lividi ma l’uomo stava bene e lo dimostrò abbracciandola e baciandola.

«Torniamo a casa.» gli disse.

Erika e Simeon si avviarono a piedi verso il villaggio e impiegarono diversi minuti per arrivare alla porta est, nel frattempo il sole era tramontato e la notte stava prendendo il sopravvento. Fuori dai confini trovarono i resti di alcuni tetti e pezzi di case, varcarono l’arco in pietra che aveva le porte aperte, dentro c’erano lamenti e pianti. Trovarono alcuni lupi morti e gli abitanti del villaggio erano impegnati a raccogliere ciò che restava delle abitazioni. Le torce illuminavano malamente varie zone e suo padre vagava tra gli abitanti con in mano del cibo.

«Padre!» esclamò correndogli incontro.

«Figlia mia, il villaggio è distrutto.»

«Lo ricostruiremo, il pericolo è passato.»

«I lupi che hai portato ci hanno protetto dalle creature di sabbia, ora stanno riposando laggiù.»

Erika seguì il dito e corse verso gli animali.

«Zinech è tornata.» s’inginocchiò e accarezzò due cuccioli «Ho promesso che mi sarei ricordata di voi e così sarà.» si sistemò il ciondolo che emetteva la sua luce azzurrognola «Restate con noi e non vi mancherà ne cibo ne acqua, avrete un riparo dove crescere i vostri cuccioli e nessuno vi darà la caccia se uscirete dalle mura. Marchio il vostro pelo sul collo, recherete il simbolo di Zinech, sia voi che i vostri figli, e la natura saprà che siete miei protetti.» toccò il pelo di ogni animale con il ciondolo.

«Sia come vuoi, Zinech.» risposero in coro i lupi.

Erika sorrise e poi si rivolse al padre che l’aveva seguita.

«Padre, raduna il consiglio, da oggi abbiamo il dovere di trattare la natura in modo diverso.» poi con lo sguardo verso il buio del cielo proseguì «Ho scelto il mio sposo e lui ha scelto me. Aspetterò con ansia la maturità per potermi unire a lui.»

«Simeon sarà un ottimo marito e tua madre aveva già previsto tutto.»

Erika cercò Simeon e lo trovò insieme ai suoi genitori e alla sorella maggiore. Lui le corse incontro abbracciandola, non indossava più l’abito da cacciatore ma un semplice vestito leggero da dove spuntavano le bende con cui lo avevano medicato.

Lui la prese per mano e si sedettero ad ammirare le stelle, la natura era nuovamente in pace.

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