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Finalmente esco dal lavoro, mi mischio tra la gente della grande città e comincio a guardarmi attorno. So già che dovrò schivare ostacoli di ogni tipo, ostacoli umani.
Subito mi si para davanti il solito tizio che chiede i soldi per il taxi perché la moglie ha partorito e la devono dimettere, questa donna avrà partorito almeno venti volte negli ultimi sei mesi e comincio a pensare che sia un coniglio. Lo evito dicendogli che non ho moneta e mi allontano velocemente.
Entro nel parco pubblico dove si trova anche il palazzo del giudice di pace, i cani che alle sette e mezza del mattino sono liberi di correre ora sono costretti al guinzaglio, il prato è pieno di gente che prende il sole come se fosse a Rimini in agosto.
Esco e mi ritrovo sul viale, il semaforo pedonale è rosso. Scatta il verde e mi tocca lasciar passare il solito stronzo in bici che puntualmente non si ferma, pretendendo anche la ragione se lo riprendi.
Il Duomo di Milano è a qualche centinaio di metri, la Madonnina guarda i milanesi dal suo posto privilegiato, mentre fervono i lavori di ristrutturazione delle guglie. Altro semaforo, mi si avvicina una ragazza chiaramente fatta che, parlando al plurale, mi dice: «Dobbiamo arrivare a un euro e ottanta» e stende la mano destra.
«Mi spiace non ho moneta.» rispondo frugando nelle tasche, e se l’avessi non te la darei comunque, è quello che penso davvero. Se devo fare l’elemosina la faccio a chi ne ha bisogno veramente.
Vengo riempito di insulti, mi viene voglia di prenderla a sberle ma per etica non lo faccio. Finalmente scatta il verde e la tizia va a rompere le palle a una donna poco più avanti. Attraverso la strada, il Duomo di Milano è a poche decine di metri, alla mia destra c’è piazza Fontana, a sinistra mi trovo vicino un tizio che agita il cappello pretendendo soldi anche lui. Lo guardo e noto un telefono spuntare dalla tasca destra dei jeans troppo nuovi per essere di un bisognoso.
Lo supero senza neanche rispondergli e mi trovo davanti tre tizi tutti in tiro e sorridenti. So già chi sono, mi vogliono affibbiare il loro fantastico giornale “Lotta comunista”, come al solito rifiuto e prima o poi risponderò che il comunismo è morto e sepolto da almeno trent’anni, ma loro sono troppo giovani per saperlo e vivono di miti tramandati male da chi li sfrutta per fare propaganda.
Finalmente svolto l’angolo a sinistra e mi ritrovo alla destra del Duomo, la strada laterale è parcheggio dei soliti mezzi della polizia locale, la gente fotografa il retro della costruzione santa , un gruppone di giapponesi segue una guida con interesse morboso.
Proseguo il mio cammino, oggi non ci sono le associazioni umanitarie che tutti conosciamo bene a litigare per il posto più figo accanto al Duomo. Se la gente vedesse come si spariscono il terreno per fare cassa, forse capirebbe che si tratta di un business e che di salvare vite da qualche parte non è la missione prioritaria del sistema.
Mi trovo davanti altri tre tizi, non li ho visti arrivare e non ho potuto schivarli, due ragazzi e una ragazza, che sta già litigando con una donna per il giornale. Rifiuto ancora “Lotta comunista” e mi allontano velocemente, la piazza è alla mia destra, una fila interminabile di esseri viventi paga bei soldini per salire tra le guglie del Duomo, altro bel business.
Incrocio i ragazzi che tentano di far aderire le persone alle tessere di una nota libreria, ormai mi salutano e sanno che non aderirò mai. Passo tra artisti di strada con le loro specialità musicali avviandomi verso via Dante, passando per via Mercanti, destinazione Cadorna.
Pochi metri e ancora tre tizi che tentano di regalarmi “Lotta comunista”, il mio odio verso il comunismo monta meglio di una meringa. Mi convinco a insultare il prossimo gruppo, se dovessi incontrarne un altro. Passo accanto a uno dei tanti barboni di cui la città è piena, accanto ha un doberman che peserà sui cinquanta chili e davanti un cartello di cartone con scritto “La tua moneta è spesa bene”. Lo osservo, è chinato in avanti, sembra dormire ma mi rendo conto che ha in mano uno smartphone, tra l’altro di recente fattura, e sta inviando messaggi a qualcuno. Lo fa tranquillamente, fregandosene di chi lo vede.
Ecco uno dei nuovi mestieri del nuovo millennio.
Ora mi aspetta la solita tiritera dei camerieri dei vari bar che mi fermano per l’happy hour, insistenti peggio di una zanzara; probabilmente ogni cliente gli frutta una percentuale oppure sperano nella mancia.
Sono in piedi dalle cinque e quaranta del mattino, ho già macinato chilometri al lavoro e ho voglia solo di sedermi in treno e andare a casa, sempre che sua maestà il capotreno abbia voglia di far partire il mezzo in orario.
Arrivo davanti al Castello Visconteo, sono quasi arrivato e so che l’ultimo tratto è abbastanza tranquillo. Pochi minuti e la stazione emerge da lontano mostrando il suo ago d’acciaio infilzato a terra con tanto di filo, monumento a qualcosa che non mi ricordo. Copro la distanza a passo svelto, scendo le scale che conducono alla metro per evitare di dover aspettare il semaforo pedonale per attraversare la strada, mi bloccano altri tre comunisti del cazzo, adesso li odio veramente e vorrei bruciare la pila di giornali davanti a loro dopo averli legati per bene. Li guardo male e non mi degno nemmeno di rispondere, sfondo il gruppetto dirigendomi verso la scalinata che porta alla banchina della stazione, arrivo in cima e mi trovo davanti altre tre ragazze con il giornale comunista, non posso trattarle male perciò esordisco con un: «Pure qui?» a voce talmente alta che sono diventate porpora e hanno nascosto il giornale dietro la schiena.
Le lascio al loro posto, punto la banchina numero due, il treno non è al suo posto, guardo l’orologio e già so… meno di un minuto e la seducente voce elettronica annuncia: «Si avvisano i signori passeggeri che il treno parità con ritardo per mancanza materiale corrispondente», ovvero manca il treno.
Ecco, poi chiedetemi perché sono nervoso.

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