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Un allarme iniziò a suonare, Luigi alzò lo sguardo verso il monitor da cui poteva controllare i parametri vitali dei pazienti e quello del letto cinque indicava una desaturazione. Il livello era sceso al sessanta per cento e continuava ad abbassarsi, sapendo che era un valore medio intuì che si trattava di un falso allarme come succedeva spesso.
Lasciò la postazione da caposala, si spostò verso il letto in questione e ci trovò Laura, infermiera da venticinque anni, che aveva già in mano il sensore SpO2 del saturimetro.
La donna, capelli neri corti e occhi di cristallo, si accorse del suo arrivo e sorridendo gli mostrò il cavetto a penzoloni.
«Si è staccato, questo piccoletto si muove in continuazione.»
«Al solito. Sono appena le tre di notte, è ancora lunga. Tra mezz’ora bisogna fare il giro delle somministrazioni.»
Luigi lavorava da dieci anni nel reparto di terapia intensiva neonatale di uno degli ospedali più grandi della città, Laura ne aveva assistito all’apertura venti anni prima e da cinque posti letto si era arrivati agli attuali trenta, tutti quasi sempre pieni. Il loro reparto era considerato uno dei migliori di tutta la regione; insignito spesso della capacità di fare veri e propri miracoli.
La tensione era sempre al massimo a qualsiasi ora del giorno, la guardia doveva essere tenuta alta perché i piccoli pazienti non esprimevano dolore o malessere in modo comprensibile e quando ne avevano perso qualcuno era stato tragico per tutti. In dieci anni non si era abituato alla morte, non poteva osservare una vita di pochi giorni smettere di lottare e spegnersi.
In quel grande spazio dalle pareti tinte di arancione e il pavimento di un tenue azzurro, tendente al grigio, arrivavano i neonati definiti immaturi. Erano pargoletti nati prematuri e spesso del peso largamente inferiore al chilogrammo. A differenza del mondo esterno, lì non contavano la razza, la religione o la casta sociale, tutti i bambini erano uguali e piangevano allo stesso modo.
Quella notte erano in tre, oltre a Laura c’era anche Giulia, un medico specializzando, e se qualcosa fosse andato storto potevano chiamare il reperibile del pronto soccorso.
Alle quattro del mattino tutto era tranquillo, i ventiquattro neonati non stavano dando grossi problemi, quello più critico, nel posto letto dodici, dormiva, i parametri vitali erano buoni e il ventilatore polmonare funzionava a dovere. Avrebbero dato una vita normale anche quel piccoletto di carnagione scura e di origini senegalesi.
Il cordless di Luigi iniziò a suonare, lo tirò fuori dalla tasca del suo camice azzurro e schiacciò il pulsante verde.
Il numero era quello del pronto soccorso.
«Terapia intensiva neonatale.» Luigi iniziò a camminare in tondo.
«Si, abbiamo posto.» Osservò Laura che lo stava fissando e che aveva già compreso la situazione.
«Va bene, iniziate pure. Arriviamo con l’incubatrice da trasporto.»
Luigi chiuse la comunicazione.
«Dottoressa Baldelli, abbiamo un’emergenza.»
«Non mi dai mai del lei.» Giulia, bionda e dal naso affilato, poteva essere sua figlia, ma purtroppo lui non ne aveva.
«Mi devo abituare, altrimenti giù in ps non ti rispetteranno.» si avvicinò a una delle incubatrici da trasporto controllando che i vari apparecchi funzionassero correttamente.
Laura arrivò e staccò il cavo di alimentazione che rientrò nella sua sede, sbloccò i freni e spostò l’incubatrice.
«Laura, per favore, prepara la zona di isolamento. E’ in arrivo un caso grave.»
«Già fatto.» La donna ammiccò.
«Sei incredibile.»
Luigi e Giulia spinsero l’incubatrice da trasporto fuori dal reparto e presero il corridoio in direzione dalla scala sette, quella che li avrebbe portati al piano terra. Il passaggio tra i reparti era buio e illuminato a tratti da alcune luci a led incastonate nel muro, come segna passo lasciavano a desiderare, ma la direzione aveva pensato che fosse necessario abbracciare la modernità e risparmiare soldi sui consumi.
Arrivarono all’ascensore trovandolo già al loro piano, Luigi schiacciò il pulsante di chiamata e le ante si aprirono immediatamente, entrarono nella cabina che ospitava a mala pena l’incubatrice e si schiacciarono contro le pareti. L’ascensore iniziò la discesa portandoli direttamente all’interno del pronto soccorso.
Quando le porte si aprirono notarono il corridoio interno pieno di gente in attesa di essere visitata, due colleghi trasportavano una barella vuota nella loro stessa direzione. Luigi si avvicinò alla porta scorrevole dell’area rossa, le due ante si spostarono di lato con un leggero cigolio scoprendo la vasta zona divisa in camera d’osservazione, di intervento e in fondo le tre sale operatorie d’emergenza. Loro dovevano entrare nella due, quella al centro.
Luigi e Giulia si infilarono i camici sterili monouso, cuffia e mascherina.
Il caposala schiacciò il pulsante nero, grosso come una mano, che somigliava a un fungo e il pannello in alluminio scivolò verso destra senza produrre alcun rumore. All’interno della sala c’era intensa attività.
Un’infermiera li notò subito e fece un cenno al chirurgo.
«Bene, procediamo.» disse lui quasi sussurrando.
La donna stesa sul letto operatorio presentava diverse ferite alle gambe, segno di qualche tipo di incidente, ed era collegata con cavi e tubi agli apparecchi che avevano il compito di tenerla in vita. Il tracciato ECG era pieno di fibrillazioni che duravano qualche secondo e poi lasciavano il posto a una sorta di bradicardia.
Il cesareo durò poco, il bambino era molto piccolo,  decisamente al limite della sopravvivenza.
«Proviamo a intubarlo, altrimenti servirà l’extra corporea.» disse l’infermiera.
Uno degli infermieri tentò la manovra, prese il laringoscopio neonatale, inserì la lama ricurva nella bocca del piccolo ma il tubo non ne voleva sapere di entrate.
Luigi guardò Giulia e le fece segno di intromettersi.
«Posso darle una mano?»
L’infermiere fissò con aria scettica la dottoressa che si stava infilando i guanti in lattice e poi annuì passandole il laringoscopio. Giulia prese la sua luce da visita dal taschino del camice e controllò la bocca del neonato.
«C’è un’ostruzione.»
Luigi osservò la sicurezza dell’affermazione e la manovra successiva che aveva visto fare una sola volta dal primario.
«Perfetto, piccolino. Ora sei pronto.»
L’infermiere fece un cenno e un collega tagliò il cordone ombelicale.
«Ora occupiamoci dell’emorragia interna.» il chirurgo si concentrò sulla donna. Il monitor che mostrava i segni vitali della paziente iniziò a suonare.
«Fibrillazione ventricolare, pressione in discesa rapida.» l’anestesista fece spazio per il carrello della rianimazione.
Tutti si allontanarono dalla donna e attesero la scarica del defibrillatore semi automatico.
Per un attimo il mondo si fermò attorno al letto, la prima scarica riportò il cuore al ritmo normale che poi si fermò.
«È in arresto!» l’anestesista cominciò ad armeggiare intorno alla donna, tutti gli apparecchi iniziarono a suonare.
Giulia si ricordò del neonato intubato ma non collegato al ventilatore polmonare dell’incubatrice. Finì il suo compito mentre gli altri si prodigavano per strappare la mamma alla morte.
Luigi osservò la dedizione, l’apprensione e la determinazione delle persone presenti; in fondo si sentiva parte di gruppo speciale di esseri umani.
Passarono diversi minuti, tutti erano catalizzati dall’evento tranne Giulia che teneva sotto controllo il neonato.
«L’abbiamo persa…» il rianimatore non lasciò speranza alcuna.
Il chirurgo si voltò verso l’incubatrice, i suoi occhi di ghiaccio incrociarono quelli di Luigi.
«Una vita per un’altra vita.»
Giulia iniziò a spingere l’utero artificiale e uscì dalla camera operatoria, Luigi si affrettò a darle una mano.
«Non ci si abitua mai alla morte…»
Non arrivò nessun commento dalla sua collega.
Il pronto soccorso era ancora in piena attività, come se non ci fosse distinzione tra giorno e notte.
Ritornarono nel loro reparto, Laura li guidò verso la camera d’isolamento che aveva preparato.
«Sarà alla ventottesima settima di gestazione, all’incirca.»
«Sì» confermò Giulia «Ha ottime possibilità di sopravvivenza e io non voglio che perda la battaglia.»
Laura trasferì il neonato nella culla dove tutto era già in funzione, Luigi appese il cartellino di riconoscimento con scritto “Senza Nome”, annotò negli appositi campi le misure e il peso segnalato dalla culla. Mentre tornava nel suo stanzino dalle pareti in vetro ripensò al chirurgo, “una vita per un’altra vita.”
«Che cinismo…» sussurrò, si sedette alla sua scrivania e iniziò a compilare la scheda paziente di Senza Nome.
Il piccolo superò le prime ore senza avere problemi, Laura passò a salutarlo alle sette del mattino ricordandogli del cambio turno e Giulia era ancora nella camera d’isolamento con il nuovo arrivato. Informò la collega Barbara della situazione e le lasciò il comando.
«Giulia…» Luigi entrando nella stanza sterile vide la ragazza con gli occhi incollati su Senza Nome «è stata una notte movimentata, che ne diresti di andare a fare colazione al bar?»
«Va bene, ho bisogno di un buon caffè prima di andare a casa.»
«Non affezionarti troppo, perché poi fa male.»
«Sì, forse hai ragione.»
Il bar non era molto distante dal reparto, bastava scendere di due piani e percorrere un tunnel di una quarantina di metri. Durante il tragitto nessuno dei due aprì bocca.
Il locale, piccolo ma rigonfio di ogni sorta di cibo, era pieno di gente. Luigi fece la coda alla cassa mentre Giulia occupò un tavolino accanto alla porta del bagno.
«Ecco qua.» Luigi appoggiò un vassoietto con due cappuccini e due cornetti sul tavolo; Giulia tamburellava con le dita sul piano bianco.
«Sei stata molto brava in sala operatoria. Hai fatto una manovra complicata che quasi tutti gli specializzandi non sanno fare.»
«Grazie. Hai sentito il chirurgo?»
«Sì, Senza Nome non ha più i genitori, il padre è deceduto mentre lo portavano in ospedale e la madre in sala operatoria. Sono rimasti coinvolti in un incidente stradale, ora si stanno cercando i parenti.»
«Che tragedia… Io però mi riferivo alla frase in sala.»
«Sì, ho sentito.»
«E se fosse vero?» Giulia addentò la brioche «Se funzionasse proprio così?»
«Non capisco che vuoi dire.»
«Noi pensiamo di aver scoperto molto sulla vita, ci curiamo, strappiamo le persone alla morte rimandando la loro fine e cerchiamo di vivere in eterno.»
Luigi si ritrovò le iridi nocciola di Giulia nelle sue.
«Non abbiano mai pensato di essere parte di un equilibrio e ciò che ha detto il chirurgo mi ha aperto un mondo nuovo.»
Giulia sorrise.
«Eppure è così semplice… Vita per vita.»
Luigi ammirò la ragazza, non si era fermata davanti a un’espressione cinica; ne aveva studiato una possibile interpretazione.
Giulia si alzò, il camice aperto mostrava l’esile fisico coperto dalla divisa ospedaliera.
«Pensaci! Per una vita che arriva in questo mondo, una se ne deve andare. E non siamo noi a scegliere. E’ solo questione di equilibrio.»
Luigi seguì la ragazza mentre si avvicinava a lui appoggiandosi al tavolino del bar.
«Ciao caposala, ci vediamo stasera.»
Giulia se ne andò e Luigi iniziò a rimuginare sulle parole della dottoressa.

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