SIMILI

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La treccia di capelli rossi si distendeva lungo la schiena scoperta, il tatuaggio sulla parte bassa rappresentava una forma di vita alata astratta che cercava di emergere dal fondo di un baratro, ma qualcuno ci vedeva solo un essere che emergeva da un fondoschiena rispettabile e decisamente affascinante. E questo la ragazza dai capelli rossi doveva immaginarlo, almeno così pensava Aurora che aveva più il fisico di un lottatore che di una donna nel fiore dei trent’anni.
Aurora continuò a rimirare quella forma di vita eterea e con gli orecchini grandi a forma di nota musicale, il naso perfetto e gli occhi di un nero più profondo del cosmo. Ne era attratta, il suo io era così, progettata male dalla nascita, provava interesse per gli appartenenti al suo stesso sesso ed era sempre un dramma. Soprattutto perché doveva solo guardare ciò che le piaceva e, spesso, sopportare il dolore di non poter avere di più.
La ragazza dalla treccia si voltò nuovamente verso di lei, sorrise mostrando tutti i denti, poi tornò a occuparsi del suo quadro. Aurora aveva parlato con lei solo all’inizio del corso di pittura, pochi secondi, qualche sguardo e poi ognuno per se, non se ne ricordava nemmeno Il nome. Il corso per lei era un diversivo dove sfogare la sua creatività e mostrarla a qualcuno.
Il sole di settembre scaldava ancora parecchio e aveva costretto tutti a togliersi alcuni indumenti per evitare di sudare, ma tra tutti i maschi a torso nudo e le altre femmine in reggiseno o canottiera leggera, la rossa di cui non conosceva il nome spiccava tra tutti dalla seconda fila, concentrata sul paesaggio da dipingere.
Come tutti gli altri.
Aurora, invece, avrebbe voluto ritrarre solo lei, nuda su un letto e coperta da un leggero lenzuolo bianco, lo sguardo fisso verso il basso, timida e, per certi versi, con un filo di vergogna e imbarazzo. Aurora la vedeva così e, mentre sognava, il pennello si muoveva sulla tela compiendo il miracolo, nel paesaggio si materializzò la sua musa seduta su un ceppo d’albero. Le gambe lunghe erano raccolte sulla sinistra, la treccia rossa scendeva passando sul seno sinistro per finire poco sopra l’ombelico. Gli orecchini a forma di nota pendevano simmetrici dalle orecchie, la bocca semichiusa e le labbra con un leggero rossetto ne mostravano la natura pensierosa, gli occhi neri e profondi avevano un bagliore che li rendeva tristi e allo stesso tempo speranzosi. Il braccio destro sorreggeva il peso della spalla e il busto mentre la mano sinistra cercava di nascondere ciò che era già celato dal lenzuolo bianco che mostrava solo la forma delle anche.
Quando Aurora si accorse di ciò che aveva disegnato era già troppo tardi, non poteva tornare indietro, tutto era ormai impresso sulla tela e la lezione era quasi finita.
Restò lì a rimirare il lavoro che in fondo le piaceva, ma che non voleva mostrare a nessuno. Il maestro d’arte, un pittore molto conosciuto sulla sessantina, decretò la fine dei lavori e, quando tutti deposero il pennello, iniziò il giro. Sei tele e sarebbe stato il suo turno, Aurora voleva scappar via da lì.
Il maestro Ferdinando arrivò, si fermò, esclamò qualcosa a bassa voce e passò a quella successiva. Aurora sentì il viso scaldarsi e gli occhi riempirsi di lacrime. Rimase ferma con lo sguardo a terra in attesa che il maestro valutasse tutti i quadri, il prato era molto esteso e ognuno aveva scelto il posto che gli era più congeniale.
L’attesa non fu esattamente come aveva immaginato, qualche minuto e il maestro d’arte era nuovamente dietro di lei. Aurora iniziò a tremare al pensiero che sarebbe stata ripresa per quello scempio che tutti avrebbero visto scandalizzati.
Ferdinando osservò il quadro in silenzio, lo coprì con un telo bianco, poi alzò le mani al cielo battendole.
«Signori! Venite tutti qui, per cortesia. Svelti, prego!»
Aurora si ritrovò i quindici compagni di corso dietro le spalle, Ferdinando si schiarì la voce.
«Cari studenti, oggi dovevate imprimere sulla vostra tela un paesaggio, avevate queste meravigliose montagne, gli alberi, il cielo e tutto ciò che la natura ha ottenuto dalla creazione. Il compito non era semplice come potevate pensare. Siete tutti molto bravi, ma avete tutti ritratto lo stesso paesaggio, gli stessi alberi. Tutti tranne questa vostra collega.»
Aurora vide il telo cadere e scoprire il suo quadro, restò a fissare l’erba in silenzio mentre le persone dietro di lei bisbigliavano parole incomprensibili.
«Venga avanti miss Viola, si ammiri. »
Aurora sentì tremare tutto il corpo, non si voltò per vedere l’espressione di quello che era diventato il soggetto principale del suo quadro. Aspettò un grido, un’imprecazione, un’accusa.
«È bellissimo…» commentò semplicemente Viola.
Aurora pensò di aver sentito male.
«Questa è la differenza tra usare solo gli occhi e usare anche il cuore. Apprendetelo dalla vostra collega Aurora. Tutti avete questa capacità, è un dono del creatore e dovete solo lasciarla emergere.»
Aurora sentì i due colpetti sulla spalla destra che il maestro le elargì in segno di stima e ne fu felice.
«Per oggi abbiamo finito, la settimana prossima ci occuperemo di ritratti. Arrivederci.»
Tutti andarono a raccogliere le tele tranne Viola che ancora osservava il quadro.
«Tu sai chi sono…»
Aurora osservò gli occhi neri di Viola che passavano in rassegna ogni aspetto del dipinto, tremavano e luccicavano.
«Io… scusa non volevo.»
«Non hai capito, è il regalo più bello che abbia mai ricevuto.»
«Se vuoi puoi prenderlo, te lo regalo volentieri.»
«No, tienilo tu.» Aurora notò il movimento del braccio destro di Viola che passava dietro le sue spalle. «Vieni a casa mia, fammi un ritratto.»
«Io…» Aurora si vergognava, la sua attrazione per Viola era pericolosa e sapeva che alla fine avrebbe sofferto molto.
«Per favore, andiamo, ora. Non aver paura, tu sei come me.»
Aurora si trovò stretta spalla contro spalla.
«E voglio conoscerti meglio.»
Aurora recuperò le sue cose e aiutò Viola, lei sorrideva in modo particolare, diversamente dai sorrisi scambiati sporadicamente durante il corso.
Improvvisamente le paure di Aurora si dissolsero, era sicura di sé, non le importava di come sarebbe finita. Avrebbe ritratto nuovamente Viola e questo le bastava.
Seguì l’auto della sua amica fino in città, abitava in centro, in una palazzina vecchia con la facciata scrostata dall’incuria e dalle intemperie. Quando entrarono, Aurora, si accorse del modo in cui Viola la fissava, era davvero come lei. Abbandonò ogni precauzione, Viola chiuse la porta e si avvicinò prendendole le mani.
Gli occhi si cercarono, si parlarono.
Le labbra si toccarono.

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ECCOMI:

Cristiano Virgini

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