Tempo di lettura stimato in: 3 minuti

Alessandro mi chiama, è con la testa piegata in avanti su un libro, anche se in realtà non sta leggendo. Mi avvicino, ora armeggia con la matita e il temperino, prende la gomma consumata e ingrigita osservandola da ogni lato. Resta in silenzio per diversi secondi, sto per chiedergli cosa voglia ma mi anticipa.

«Come farò senza di te?»

Mi spiazza, i suoi occhi penetrano nei miei fin dentro il cervello e fanno male.

«E’ così che deve andare.» è l’unica risposta che mi viene in mente.

Banale e scontata.

Lui non è convinto, si gratta la chioma bionda, soppesa le parole, frantuma ogni barriera.

«Perché si diventa grandi?»

Rimette a posto il temperino, la matita è ridotta a un moncherino inutilizzabile e tanto non servirà più comunque.

Questa volta sto attento, gli altri ascoltano e hanno smesso di fare confusione, ora il silenzio pretende una risposta.

«Beh, si cresce perché è la natura, funziona così, e poi se nessuno diventa grande come potrebbero nascere bambini?» ho la gola trafitta da mille chiodi.

Nessuno risponde, Alessandro ha gli occhi lucidi. Pochi minuti e lo perderò, e con lui tutti gli altri. Ogni anno mi chiedo perché debba succedere questo, perché dobbiamo lasciarli andare via dopo averli accolti spaventati, capiti, educati e preparati a un altro passo della loro vita.

Osservo Anna, minuta e dalla carnagione più scura, so tutto dei suoi problemi familiari, li ho scoperti nei disegni che faceva e dalle sue poche parole. Con gli altri colleghi l’ho aiutata a tornare una bambina felice.

Vicino alla finestra c’è l’indisciplinato Jacopo, è dotato di incredibile intelligenza, per lui il mondo è un libro aperto e spiazza tutti quando spiega agli altri come vede lui le cose. Quando è arrivato non parlava.

Ognuno dei miei diciotto bambini è un mondo a sé e ora sono pronti per lasciare questo nido e volare nella vita.

Queste pareti, vecchie e dagli angoli scrostati, saranno tinteggiate da alcuni genitori nei prossimi giorni, cancelleranno le botte dei banchi, le manate, i segni delle scarpe e staccheranno i disegni dei bimbi. Finiranno negli scatoloni in una soffitta impolverata dove resteranno dimenticati da tutti.

Solo la memoria non dimentica.

Alessandro è ancora immerso nei suoi pensieri, credo che diventerà un artista da grande.

Ora c’è un silenzio teso, i secondi passano inesorabili verso il suono della campanella, l’ultima dell’anno e l’ultima per loro in questa scuola.

Marta scoppia in lacrime, si tortura i riccioli castani, sa che dovrà separarsi da Laura. La sua amica si trasferirà in un altra regione. I bambini hanno bisogno del contatto e se ne infischiano dei social network; anche noi adulti dovremmo imparare da loro.

Giulio si alza, ha già un bel fisico massiccio, lui è sempre il più allegro e sembra che niente possa mai scalfirlo. Si avvicina velocemente e mi abbraccia, è la prima volta che lo vedo piangere in cinque anni.

E’ un magnete che attira tutti gli altri.

In pochi secondi i miei alunni mi circondano, mi abbracciano, si abbracciano, pure quelli che non sono mai stati troppo amici.

Ecco la campana che spezza l’aria, il silenzio e l’abbraccio. I bambini si guardano, prendono le loro cose.

E’ finita, lo sanno, lo so.

Dovrei consolarmi perché il prossimo anno avrò una nuova prima e una nuova quinta, ma a fine anno sarà un altro addio e un nuovo dolore che durerà diversi giorni.

L’aula si è svuotata, ora il silenzio è pesante, dovrei essere contento, esserci abituato e invece non è così.

Sono vent’anni che non è così.

Passo tra i banchi, qualcuno staccherà le etichette col nome. Li sfioro con la mano destra, uno a uno, rivedo episodi passati con quei bambini e con tutti quelli prima di loro. Raccolgo la mia borsa, esco dall’aula e passo lo sguardo nella totalità dell’ambiente.

Coraggio, a settembre avrai una nuova quinta.

Chiudo la porta ed esco in fretta dalla scuola, è tempo che mi abitui alla loro assenza.

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