QUATTRO RUOTE PER LA VITA

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Vi è mai successo di pensare che tutto sia finito prima di cominciare?
I pensieri si affollano nella testa,  qualcuno ha deciso per voi un destino che non volevate,  una strada a senso unico che non permette ripensamenti.
Beh,  è successo a me,  a vent’anni,  mi sono svegliata una mattina con una leggera febbre e difficoltà nel camminare,  influenza pensarono,  era un novembre particolarmente freddo.
I giorni passarono,  la febbre sparì,  ma i problemi alle gambe non finivano mai.
Incespicavo ovunque, le braccia erano deboli,  a volte perfino per sollevare una forchetta.
Passai un mese in esami clinici di ogni tipo,  intanto non camminavo già più e la sedia a rotelle era diventata l’unica possibilità di essere quasi indipendente,  perché dovevano comunque spingermi e mi stancavo in fretta.
A gennaio arrivò la diagnosi definitiva e senza scampo,  una malattia genetica rara di cui non riesco nemmeno a pronunciare il nome, una bomba a orologeria che era esplosa nel corpo devastando una parte del sistema nervoso.
Smisi di vivere, di sognare.
Le cure mediche mi permisero di riavere il controllo della parte superiore del corpo,  ma dalla vita in giù ero morta.  Mi guardavo allo specchio e non vedevo più la ragazza dai capelli rossi fino alle spalle,  gli occhi verdi e il naso importante,  i denti bianchi e le labbra carnose,  notavo solo la mia altezza che non arrivava più al metro e settanta.
Abbandonai gli studi per chiudermi in casa, giorno dopo giorno osservavo gli altri vivere, aspettavo l’ennesimo attacco della malattia che poteva sempre arrivare nonostante i farmaci.
Passarono in fretta due anni,  a ventidue ero dimagrita di quasi venti chili,  al limite dell’anoressia, mi trascinavo nella vita senza reagire. Gli psicologi, che i miei genitori avevano pagato profumatamente, non erano stati in grado di curare il mio male interiore, la mia voglia di autodistruzione.
Pensai molte volte al suicidio, pensavo che prima di soccombere al male gli avrei fatto lo sgarbo di pensarci da me,  una vendetta al mondo e a Dio che non si interessava di me.
Non ne ebbi mai il coraggio.
Finché l’anno scorso decisi che doveva finire.
La giornata era uggiosa,  una primavera umida imperversava senza sosta e il sole stava diventando un ricordo, non so cosa mi passò per la testa, ma fu forte e dominatore. Mi vestii come meglio potevo, ero sola in casa,  mi issai sulla mia compagna a quattro ruote e mi ritrovai in strada sotto la pioggia.
Vagai per qualche minuto intorno al mio quartiere e poi mi ricordai del fiume che divide in due la città. L’abilità guadagnata in quei due anni girando con la sedia a rotelle,  mi permise di arrivare in fretta a destinazione affrontando anche una discesa che sapevo di non dover ripercorrere al ritorno,  perché la mia vita sarebbe finita oltre l’argine.
Ricordo la corrente veloce che faceva girare la testa a tentare di seguirla con lo sguardo,  gli attimi passati a immaginare il mio corpo sbattuto ovunque,  a capire se era quello che volevo realmente.
L’acqua scendeva dal cielo copiosamente rispetto a quando ero uscita,  sembrava volermi dire di non farlo, che non era il giorno giusto. Non so quanto tempo passai a osservare l’erba lambita dalla corrente impazzita, le mani scheletriche salde sulle ruote in attesa di dare l’ultimo giro a quella vita non vita.
Il mondo non si accorgeva di me, sentivo le auto passare sulla strada, l’acqua che veniva spostata dall’asfalto e passava accanto a me in forma di rigagnoli che sarebbero tornati al mare.
Un tuono potente fece vibrare la struttura della carrozzina, il cuore mi saltò in petto e mi piegai in avanti fino a toccare le ginocchia con la fronte.
Ero bagnata fino alle ossa, la pioggia scorreva tra la schiena e il vestiti, ma non avevo freddo.
Guardai in avanti decisa a dare l’ultimo giro di ruota, le mie mani di aggrapparono e spinsero iniziando il movimento circolare.
La carrozzina non si mosse.
«Serve una mano?»
Mi voltai e un ragazzo tratteneva la sedia per le maniglie. Non risposi,  non sapevo cosa dire,  fissai gli occhi pece e le lacrime iniziarono a rigarmi il viso.
«Non è saggio stare sotto questo temporale.»
«Sì»  risposi quasi assente.
Mi porse un ombrello dicendomi di tenerlo stretto per via del vento e così mi costrinse a lasciare la presa sulle ruote. Fece girare la carrozzina e mi portò sul ciglio della strada, non aprì bocca fino alla sua auto azzurra, una Smart vecchia di qualche anno.
«Se mi dici dove abiti,  ti riporto a casa.»
Mi fidai di quel ragazzo alto dai capelli castani, chiuso nell’impermeabile grigio fumo. Mi sollevò con facilità,  facendomi pesare la leggerezza dei miei 37 chili. Con abilità chiuse la carrozzina e riuscì a infilarla nel microscopico bagagliaio.
Mi portò a casa, ci scambiammo i numeri di telefono, Federico mi promise che ci saremmo sentiti presto e mi chiamò la sera stessa.
Non raccontai nulla ai miei genitori di quel giorno,  non subito almeno.
È passato un anno, uno con Federico,  con l’angelo venuto a salvarmi. Ho ripreso quasi tutti i chili persi, vivo ogni giorno con la certezza che più andrò avanti e più starò meglio.
Io sono Roberta e questa è la prima pagina del mio nuovo diario personale che mi accompagnerà fino al giorno del mio matrimonio con Federico.
Esattamente tra trecentosessantacinque giorni.

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