PASSATO

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Questo è il racconto che ha partecipato al concorso Racconti Marchigiani ed è stato pubblicato sull’onima raccolta.

 

La domenica d’inizio estate era tiepida e soleggiata, Carlo passeggiava lungo le vie della piccola città in cui abitava da anni, sempre solo e ormai ne era abituato. Si consolava con i suoi guadagni, togliendosi ogni sfizio che voleva, comprandosi donne per qualche ora senza mai legarsi, godendosi con egoismo la sua vita privata.
Una lieve sensazione di vertigini lo costrinse a chiudere gli occhi portandosi la mano destra sulla fronte e quando li riaprì tutto era diventato buio.
Qualsiasi cosa fosse successa in quel battito di palpebre non aveva importanza, si trovava disteso su qualcosa di morbido che non era sicuramente un letto. Non sentiva alcun suono familiare, ma riusciva a percepire il cuore che rimbombava nel petto con i suoi battiti regolari e lenti da vecchio atleta.
Provò a sollevarsi sui gomiti e si accorse di avere qualcosa sopra a pochissimi centimetri dalla testa. Un attimo prima era in strada a passeggiare e ora era incastrato chissà dove. Gli balenò in testa l’idea che uno di quei vecchi palazzoni fatiscenti fosse venuto giù proprio mentre ci passava davanti, il capogiro poteva essere dovuto a un terremoto, anche se non ricordava di aver sentito forti rumori.
Aprì le braccia cercando di valutare lo spazio intorno, ma toccò subito una parete liscia, provò a tastare ciò che era sopra di lui e sentì che era morbido e tiepido.
Il cervello iniziò a calcolare somiglianze e particolari noti, scartò diverse ipotesi fino a quella che poteva essere soltanto la più logica.
Una cassa da morto.
Per un momento pensò che la sua fantasia avesse preso il sopravvento, frugò nelle tasche ma il suo smartphone non c’era e anche gli abiti sembravano non essere i suoi. La mattina era uscito indossando una polo a manica corta e jeans, ma in quel momento era abbastanza sicuro di avere addosso una camicia, ne riconosceva la sensazione nell’indossarla. Quel fastidio che prova soltanto chi non sopporta le camicie, cravatte comprese. Qualcuno doveva averlo cambiato e l’ipotesi di essere all’interno di una bara si faceva strada sempre più prepotentemente nel suo cervello.
Il cuore accelerò, ma doveva calmarlo e cercare di risparmiare aria, anche se sapeva che probabilmente sarebbe morto lì dentro senza possibilità di salvezza. Gridare non sarebbe servito a nulla, sotto tre metri di terra lo avrebbero sentito solo i vermi che presto sarebbero venuti a banchettare con il suo corpo. Immaginò gli esseri striscianti entrargli in bocca e nelle orecchie, si propagavano mentre lui ormai respirava a fatica quel poco di ossigeno rimasto. Non poteva andare a finire in quel modo, lui era un atleta, aveva sempre lottato per ottenere tutto ciò che voleva senza mai perdere.
E in quel momento voleva vincere contro la morte.
Rallentò il ritmo del respiro, tastò il legno e lo colpì con le nocche. La cassa risuonò come se dall’altro lato non ci fosse nulla, forse non era in terra ma in un loculo a muro e in quel caso qualcuno avrebbe potuto sentire le sue grida. Per non sprecare energie e voce doveva però calcolare se fosse giorno o notte, non aveva niente per conoscere l’ora, l’unica possibilità era restare in ascolto sperando di captare qualche voce dall’esterno.
Voci che però non volevano arrivare.
Carlo aspettò un tempo che non riuscì a quantificare, cominciava a sentire caldo, ma ancora sapeva di avere ossigeno a disposizione. Doveva decidersi a tentare qualcosa.
«Ehi!» Gridò con tutta la voce che aveva.
Con un pugno colpì la cassa, ma il suono prodotto fu debole.
«Aiuto!» aumentò la forza della voce finché assomigliò a un urlo animalesco «Tiratemi fuori! C’è qualcuno lì?»
Bip.
Carlo percepì il suono provenire da sopra la sua testa, sembrava lo stesso prodotto dalla sua sveglia quando ne cambiava le impostazioni. Rimase in ascolto ancora alcuni secondi, il silenzio era lancinante come la paura che la sua vita dovesse finire in quel modo.
Il suono ritornò.
Carlo voleva riuscire a capire da dove provenisse e perché esisteva, provò a rigirarsi sul fianco ma s’incastrò con le spalle contro il coperchio. Insistette con tutta la forza che poteva metterci e riuscì a divincolarsi trovandosi a pancia in giù. Il dolore dello sfregamento con la parte superiore della cassa gli ricordò di essere sicuramente vivo. Finalmente poteva guardare davanti a sé, anche se era inutile con il nero che c’era lì dentro.
Il suono tornò nella sua frazione di secondo abituale, era proprio davanti a lui, almeno sembrava.
«Ehi! Aiuto!» in quella posizione faceva fatica a respirare o forse era l’ossigeno che scarseggiava.
Picchiò nuovamente contro il legno che suonò in modo diverso.
«Paura del buio?»
Carlo pensò di avere le allucinazioni.
«Paura del buio?» ripeté la voce grave e sconosciuta.
Era un’allucinazione, si convinse Carlo, e se ne guardò bene dal rispondere. Non doveva cedere alla pazzia che la situazione gli stava mettendo in testa.
«Pensi male Carlo Ternisi. Io esisto e so bene chi sei.»
«Io…»
«Vogliamo parlare di quando hai rubato i soldi a tua sorella fingendo che qualcuno fosse entrato in casa sua?»
«Ma chi sei?» Carlo iniziò a tremare.
«Oppure di come li hai spesi?»
«Chi sei?» Gridò.
«Piano che finisci l’aria.» la voce rise di gusto «Chi pensi che sia?»
«Non lo so, ma sei tu ad avermi messo qui dentro!»
«Adesso ho da fare, tornerò più tardi. Medita uomo, medita sul tuo passato.»
Il silenzio tornò, Carlo ripensò a quando rubò i soldi a sua sorella per andarci a prostitute fregandosene di averla messa nei guai con il padrone di casa. In fondo aveva soltanto diciannove anni ed era ingenuo e inesperto.
«Troppo facile nascondersi dietro l’età…» la voce tornò.
Carlo fece leva con i gomiti e spinse con la schiena sperando di far muovere il coperchio.
«Non puoi uscire da lì. Salvo che io lo voglia.»
«Che ti ho fatto?»
«A me nulla, ma agli altri?»
Carlo smise di spingere accasciandosi sul morbido fondo, la sua forza di volontà stava cedendo, lo sconosciuto lo aveva imprigionato chissà per quale motivo.
«Allora? Non ti viene in mente niente?»
«Nooo!»
Carlo sentì le lacrime sgorgare dagli occhi e scendere lente sulle guance, non aveva intenzione di morire in quel modo e per mano di uno sconosciuto. Il bip era aumentato di velocità, forse aveva un significato nascosto e a che fare con la voce.
Passarono alcuni minuti, almeno così pensò, mentre il silenzio stava diventando insopportabile come il suo respiro che contribuiva ad aumentare l’anidride carbonica che presto lo avrebbe ucciso.
«Dove sei?» ormai non gridava più, non aveva senso.
«Sempre qui, sono molto occupato, sai?»
«Allora perché perdi tempo con me?»
«Sei tu che mi cerchi… Ora che hai paura di morire.»
Carlo non capiva, lui non stava cercando nessuno, era la vittima di qualcuno che si stava divertendo a giocare alla sfinge.
«No, non faccio indovinelli.»
«Come puoi leggere il mio pensiero?»
«Io conosco tutto.»
«Fammi uscire ti prego.» Carlo iniziò a singhiozzare «Farò tutto quello che vuoi, ma fammi uscire da qui!»
Silenzio.
L’aria era sempre più rarefatta e il respiro affannoso, presto il poco ossigeno rimasto nella cassa sarebbe finito e lui non sapeva più cosa fare per salvarsi. Il suo carceriere era fuori da qualche parte, ma non aveva intenzione di liberarlo da quella scatola infernale.
Il suono aveva cambiato nuovamente cadenza, ora i bip si susseguivano più lenti e alcune volte sembrava che ne mancasse qualcuno. Anche il suo cuore aveva un ritmo simile, rallentava e accelerava ogni volta che pensava alla sua situazione. Doveva indurre il suo carceriere a lasciarlo libero e l’unico modo era farlo ragionare.
Carlo meditò sulla sua vita passata, doveva cercare la chiave per aprire l’uscita, doveva salvarsi. Se ciò che stava passando era una punizione per qualche vecchia malefatta, aveva un bel po’ da fare. Non era stato un santo ma nemmeno un criminale incallito, però aveva ottenuto spesso ciò che voleva con mezzi discutibili, soprattutto nello sport.
Per non parlare del lavoro.
«La chiave per la vita non è alla tua portata, uomo, se non capirai i tuoi errori.» la voce tuonò da un punto indefinito.
Carlo la ignorò continuando a rimuginare sul passato. Aveva sfruttato gli amici per i suoi scopi di crescita professionale, a ogni obiettivo raggiunto ne aveva perso uno senza mai farsene una colpa, in fondo nella vita o vinci o perdi. Nel lavoro non aveva mai guardato in faccia nessuno, sfruttando i migliori per affondarli al momento opportuno, guadagnando un gradino dietro l’altro la vetta della dirigenza. Qualcuno aveva perso il lavoro a causa delle falsificazioni che lui era in grado di mettere in atto.
Mai un rimorso di coscienza.
Forse era quella la chiave, capire i suoi errori e pentirsene. La vita agiata che stava facendo non la meritava, l’aveva sottratta a qualcun altro che ne era più degno e forse era il momento di restituirla. Se la voce con cui parlava era del Creatore, non poteva far altro che parlargli dal cuore perché da piccolo gli avevano insegnato che le parole non arrivano in alto, ma i pensieri nati dal cuore sì.
Carlo ascoltò il ritmo del suo respiro e si concentrò per fare ciò che non aveva mai provato, che nessuno gli aveva mai spiegato.
«Piccolo uomo, hai capito i tuoi errori. Ora dormi in pace.»
«Ma…» non era così che doveva finire, lui voleva la vita, era ancora giovane.
Gli occhi si fecero pesanti, cercò di tenerli aperti ma faceva una fatica enorme, i polmoni non volevano gonfiarsi, stava morendo.
«Se sei Dio, per favore salvami…» le parole gli morirono in bocca.
«Dormi piccolo uomo.»
La voce sparì, tutto divenne attutito, Carlo si accorse che il cervello si stava spegnendo. Era la fine di una misera vita dove in fondo era solo.
La luce avvolse la sua mente, il bianco intenso divenne accecante, il suono misterioso tornò. Perfettamente cadenzato.
Tra i suoni nuovi arrivarono anche delle voci, una era di donna. Lentamente divenne comprensibile e sagome lattiginose si formarono nella luce.
«Forza Carlo, forza. Svegliati.»
Una delle sagome era vestita di azzurrino, era un’infermiera e l’altra era diventata un uomo con una folta barba bianca. Un medico.
Carlo girò la testa da un lato, il suono misterioso era prodotto da un macchinario pieno di fili. Aveva un tubo in gola e non poteva parlare.
«Signor Ternisi, bentornato.» la voce era quella con cui aveva discusso, era di Dio.
«Ha avuto un infarto che per molti sarebbe stato fulminante, ma se l’è cavata. Benvenuto in una nuova vita.» il medico sorrise, si voltò e se ne andò.
Carlo non poteva parlare ma ringraziò l’uomo nel profondo del suo cuore.
La voce tornò, ma nella sua testa «Ora dimostrami che puoi cambiare.»
Carlo annuì, sapeva cosa doveva fare.

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ECCOMI:

Cristiano Virgini

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