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Il tunnel basso e parzialmente illuminato da piccole lampadine serviva per collegare due palazzine distanti quaranta o cinquanta metri. Lo usavano i manutentori per depositare attrezzi e ricambi. A distanza regolare, su uno dei due lati, si trovavano le porte di alcuni depositi e di un’officina per le riparazioni meccaniche.
Samuel passava lì sotto molto raramente, solo quando aveva bisogno di farsi riparare qualcosa da Riccardo, uno dei riparatori più in gamba che avesse mai conosciuto.
Il colore delle pareti, un rosso ruggine, era soffocante e accentuava il fatto che la larghezza e l’altezza del cunicolo fossero appena di due metri.
Quella mattina aveva deciso di passare lì sotto per evitare di incontrare una persona non gradita. L’aveva vista da lontano e sicuramente stava aspettando lui.
Si fermò davanti alla porta dell’officina, poiché stava passando di lì poteva fare due chiacchiere veloci con Riccardo; non lo vedeva da almeno due mesi.
La porta era socchiusa, diede un paio di colpetti con le nocche sul legno ma nessuno rispose.
Dentro regnava il silenzio.
Con noncuranza aprì la porta convinto di trovare lo stanzone deserto, ma, quando si rese conto di ciò che aveva davanti agli occhi, non gli restò altro che gridare.
Fu più un sibilo che un urlo vero e proprio.
La persona che non voleva vedere era in quella stanza, a terra e in un lago di sangue.
Come ci fosse arrivata era fuori dalla sua logica, non poteva essere a conoscenza di quel posto, forse l’aveva visto e seguito ma era impossibile che fosse arrivata prima di lui. Passato lo shock iniziale, Samuel, si avvicinò al corpo di Luisa, la sua vecchia compagna di scuola e ora rivale in affari. Girò intorno alla vittima osservando la mancanza di una scarpa che non trovò all’interno della stanza, il corpo di Luisa era riverso a pancia in giù con la gamba destra distesa e la sinistra piegata verso l’esterno del corpo, il ginocchio era sicuramente spezzato. Con freddezza innaturale osservò la testa spaccata, gli occhi neri della donna fissavano vitrei il vuoto e d’istinto s’inginocchiò per chiuderli.
Ai tempi dell’università erano stati insieme per quasi tre anni e si erano amati nel profondo, tanto da non fare un passo l’uno senza l’altro. Un giorno, improvvisamente e senza spiegazioni, decisero di andare ognuno per la propria strada per realizzarsi nella vita lavorativa; alla fine erano diventati nemici.
Era stata l’evoluzione del loro rapporto data dall’egoismo individuale.
Luisa era morta da qualche altra parte e poi portata lì, non ci voleva uno scienziato per capirlo, c’era poco sangue rispetto alle ferite. In quel momento il dubbio era se chiamare la polizia oppure cercare prima Riccardo, ma la decisione fu molto semplice e immediata. Samuel recuperò la chiave attaccata alla toppa interna della porta, uscì nel corridoio e chiuse a chiave. Forse sarebbe stato più semplice chiamare le forze dell’ordine e lasciar fare a loro dopo aver spiegato il ritrovamento, ma voleva trovare Riccardo per evitare di cacciarlo in qualche guaio.
Riprese il cammino verso il secondo palazzo domandandosi come il corpo potesse essere finito nell’officina, lui non ne aveva incontrato nessuno. Passò la porta che conduceva alla centrale termica, poi un’altra di cui non conosceva la funzione ma che trovò socchiusa. La curiosità prevaleva in lui dalla nascita e non resistette nello sbirciare oltre la fessura, la stanza, per quello che poteva vedere, sembrava deserta. Aprì il battente con cautela, quasi avesse paura di trovare qualcuno ad attenderlo, le luci erano accese ma lo sapeva già e dentro non ci trovò nessuno. Quella stanza era una sorta di magazzino notevolmente tenuto male, c’erano scatole ovunque ammassate a caso, le pareti erano ricoperte da scaffalature di ferro piene di ruggine e dai ripiani piegati al centro dal peso del materiale depositato sopra. Gli scatoloni rendevano i suoni ovattati eliminando i riverberi, Samuel sentiva appena i suoi stessi passi eppure un suono arrivò abbastanza forte e sembrava essere dietro di lui.
Il lamento stridulo proveniva da qualche parte tra i cumuli di cartone, lo seguì fino a raggiungere un angolo del magazzino; parecchi sacchi dal contenuto sconosciuto erano trafitti da una gamba. Samuel spostò velocemente parte della muraglia scoprendo che il proprietario dell’arto sporgente era Riccardo.
Un manico di coltello spuntava appena sotto lo sterno e altre ferite erano visibili nella zona dell’addome. Si avvicinò all’uomo che balbettava parole incomprensibili, il sangue riempiva gli spazi tra i sacchi che facevano da letto al corpo morente ed era inutile tentare qualcosa.
Corse fuori dal magazzino e ne chiuse a chiave la porta.
Uscì dal tunnel a passo svelto, le due chiavi tintinnavano nella tasca destra del pantalone grigio mentre raggiungeva uno degli ascensori che lo avrebbe portato al settimo piano. La cabina iniziò a muoversi verso l’alto ma si fermò al pianterreno per far entrare una donna grassoccia. I suoi occhi incrociarono quelli dell’addetto alla portineria che spalancò la bocca; la nuova arrivata si spostò occupando l’angolo più distante quasi rannicchiandocisi contro.
Samuel guardò la sua immagine riflessa nello stretto specchio accorgendosi di essere imbrattato di sangue in buona parte del corpo. L’ascensore aprì le porte al quinto piano e la cicciona schizzò fuori col diavolo in corpo, la corsa verso l’alto riprese per fermarsi pochi secondi dopo al settimo piano.
Samuel entrò rapido nel suo ufficio correndo in bagno mentre la porta d’ingresso si chiudeva violentemente. Si tolse i vestiti scoprendo di essere sporco anche sulla pelle, la soluzione era la doccia ed entrò nella cabina senza togliere gli slip. Iniziò a passare la spugna sulla pelle delle gambe, ma la situazione non migliorava. Andò avanti a sfregare fino a sentire dolore e poi decide di lasciar perdere, quel sangue non voleva andarsene. Uscì dal bagno incurante di essere nudo, passò veloce nella saletta in cui s’intratteneva con i clienti e raggiunse lo studio, lì aveva un  abito per le emergenze. Il vestito era chiuso in un porta abiti di cellophane, appeso all’interno del piccolo armadietto in mogano accanto alla scrivania della stessa essenza che mostrava il piano in perfetto ordine; come piaceva a lui. Sfilò l’abito dalla sua busta e lo appoggiò sulla scrivania, aprì la giacca nera, osservò la camicia grigia, poi i pantaloni.
Sentì mancargli il respiro, un brivido lo squassò dalla testa ai piedi.
«Quel sangue non andrà mai via.»
Samuel si voltò in preda al panico.
«Mi hai trovato, vero?»
Silenzio.
«Non rispondi?» la donna si spostò velocemente raggiungendo la scrivania «Nonostante tutto, oltre gli anni passati, io ti amavo. Non lo hai mai capito…»
Samuel scattò verso la saletta, ma non sapeva cosa fare. Seduta sul divano ci trovò Luisa che lo fissava, lo sguardo non conteneva rancore alcuno, anzi emanava calma e dolcezza.
«Sei sempre stato così combattivo che alla fine doveva succedere.» Luisa sparì per materializzarsi vicino alla finestra «Mentre accadeva, mentre la vita scivolava via da me, ho pregato per te. Ho pianto per te.»
Samuel iniziò a muovere dei lenti passi all’indietro verso l’uscita, Luisa scomparve nuovamente, lui si voltò cercando la porta.
Luisa era lì ad attenderlo.
«Non sarò io a fermarti, puoi scappare ovunque, ma non dai ricordi. Non puoi fuggire da ciò che sei.»
Luisa si dissolse e tutto piombò nel buio più nero.
Il ticchettio ritmico di un orologio s’intromise nel silenzio lasciato dalla donna, il buio si diradò lentamente quando Samuel aprì gli occhi e osservò la stanza. La porta bianca era aperta e rendeva evidente un corridoio illuminato da piccole plafoniere segna passo rettangolari, il mobiletto davanti a lui gli ricordò di essere ostaggio di un ospedale psichiatrico.
Scese dal letto, le piante dei piedi sentirono il freddo del pavimento in marmo.
Lui aveva ucciso Luisa e quel sogno lo tormentava identico in ogni particolare tutte le notti da quando era diventato un assassino.
“Non puoi fuggire da ciò che sei.”, Luisa aveva ragione.
L’infermiera, una trentenne bionda e magrissima di cui non ricordava il nome, aprì la finestra per arieggiare un po’ l’ambiente, la telecamera appesa sopra la porta controllava ogni suo movimento.
«Buon giorno, va tutto bene?»
Samuel non rispose, osservò la finestra, l’infermiera iniziò a rifargli il letto, Luisa tornò materializzandosi davanti a lui.
«Torna da me, amami.»
Samuel mosse un passo incerto verso la donna, ne seguì un secondo e il movimento si trasformò in una corsa che finì in un tuffo oltre il davanzale.
Luisa lo stava attendendo quattro piani più sotto.

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