CALL STUPEFACENTE – NARRANDOM – DOVERE

Tempo di lettura stimato in: 4 minuti

A gennaio ho partecipato alla call del sito Narrandom, tra le tre parole disponibili ho scelto ACIDO e da questa ho scritto il racconto che ha partecipato. Purtroppo non è stato pubblicato ma ho ricevuto un macro editing con i complimenti dello staff e l’ho corretto con i loro consigli.

Buona lettura.


DOVERE

Trattare con uno che non ha nulla da perdere è stupido e il marito di quella povera donna non s’è fatto ancora vedere. Stanno sbagliando e non c’è tempo da buttare. Mi allontano dalla squadra restando basso per evitare che qualcuno mi noti, è da idiota stare nascosto a puntare una finestra da cui non si affaccerà nessuno. Una lunga siepe mi copre mentre fiancheggio l’abitazione sul lato destro correndo dentro il canale di scolo del campo coltivato a foraggio.

Rischio il provvedimento disciplinare, ma devo evitare una morte inutile.

Finalmente sono sul retro, scavalco la recinzione di acciaio con facilità, qui la siepe è assente, e adesso devo solo trovare un modo per entrare in casa. Le finestre a piano terra sono chiuse, sui lati sarei visto dagli altri, un passo indietro e controllo il primo piano.

Il piccolo balcone ha una portafinestra ma le persiane sono serrate, alla sua destra c’è una finestra aperta, forse riesco a raggiungerla.

Il pluviale sull’angolo sinistro fa al caso mio, sono ancora un asso ad arrampicarmi, spero solo che regga il mio peso. Mi aggrappo e con quattro spinte delle gambe arrivo poco più in alto del terrazzino, sono meno di due metri e mi lancio atterrando all’interno. La finestra si trova al lato opposto, salgo sulla ringhiera, mi aggrappo ai supporti della persiana e finisco in piedi sul davanzale.

È un piccolo bagno dai mobili chiari e ora sono dentro.

Non conosco la posizione del matto, ma se continuano a farlo parlare lo troverò facilmente.

Impugno la mia pistola, è il momento di cacciare.

La radio appesa alla cintura gracchia, ecco ciò che potrebbe fregarmi, giro la manopola del volume fino a spegnerla.

«A noi due stronzo.» abbasso la maniglia della porta e l’apro con attenzione.

C’è uno stretto corridoio e più avanti noto una scala, proseguo spalle alla parete e sbircio dall’angolo, i gradini di marmo scendono e fanno una curva a sinistra. Il muro chiude la scala, posso proseguire in sicurezza. Mi sforzo di ricordare il nome di quel tizio, Carlo… Carlo Baldini.

«Cinque minuti!» Baldini grida «Se Testi non arriva farò bere l’acido a questa stronza!» qualcosa è caduto in terra   ora sembra che pianga.

Il commissario ha risposto qualcosa che non sono riuscito a capire, intanto ho raggiunto la fine della scala e mi sporgo appena per controllare la situazione.

Il soggiorno con sala da pranzo è deserto, l’aria è pregna di un odore strano.

Un lamento.

Ancora.

Trovato! Sotto il tavolo c’è un bambino legato e imbavagliato con dello scotch da pacchi. Gli faccio cenno di tacere, ora non posso liberarlo.

 «Tre minuti!».

Avanzo piano, evito rumori e oggetti che potrebbero cadere in terra.

La prima stanza è aperta e il riflesso del marmo lucido mi rivela che dentro non c’è nessuno. Anche il mio udito lo conferma. La oltrepasso, pronto per la successiva. Questa è chiusa; dentro passi incerti e strisciati.

L’uomo impreca a bassa voce. Guardo l’orologio, restano due minuti appena.

«Adesso l’ammazzo, gli tolgo tutto a quel bastardo!»

La donna strilla.

Devo entrare o questo l’uccide davvero.

Giro con cautela la maniglia, rischio, e apro la porta il necessario per poter sbirciare oltre.

La donna è legata a una sedia con lo stesso nastro usato per il figlio, il viso segnato dalle botte, un imbuto in bocca che non può togliersi. Baldini, magro e ben vestito, resta a distanza di sicurezza dalla finestra, non è affatto stupido.

Si avvicina all’ostaggio, la fissa senza emozioni e lei inizia a piagnucolare pronunciando cose senza senso. Si china per prendere una tanica bianca vicino alla sedia e si mette di spalle alla porta.

«Tempo scaduto!» svita il tappo del contenitore e lo getta lontano «Adesso scoprirai l’inferno.» sussurra alla donna.

Il commissario spreca fiato col megafono.

Scivolo dentro silenzioso, tolgo la sicura, miro a una gamba e premo il grilletto.

Cazzo! S’è inceppata!

Scatto in avanti mentre l’uomo, ignaro di me, sta per versare il liquido nell’imbuto e investo l’ostaggio con tutto il mio peso riuscendo a spostarlo.

Dell’acido mi finisce sulla gamba sinistra e brucia più di una fiamma. Il mio primo caso di omicidio riguardò un uomo parzialmente sciolto nell’acido. A distanza di anni, se ci penso, ho le immagini di quel corpo devastato ancora nitide nella mia testa. Nemmeno il peggiore assassino meriterebbe una fine del genere. La pistola, cadendo, si sblocca e la finestra esplode in mille schegge di vetro che finiscono sul pavimento in marmo bianco.

Baldini, ancora stordito dall’evento, lascia cadere la tanica e, coltello alla mano, si lancia contro di me.

Mi sposto prima del suo assalto, ma in realtà mirava alla donna. Riesco a bloccargli il braccio appena in tempo, un pugno di sinistro in faccia, un calcio sul fianco all’altezza del rene e lo metto al tappeto.

Mentre libero la donna, i miei colleghi entrano dalla finestra, aprono la porta blindata e tornano in cucina in compagnia del bambino. Poco dopo arrivano anche i paramedici.

Noto che la signora Testi sta bene.

«Serti, ottimo lavoro.» il commissario mi stringe la mano «Hai rischiato la disciplinare, ma senza il tuo intervento sarebbe stato un disastro.»

«Dovere commissario.» sorrido  

Peccato che sulla mia gamba resterà una cicatrice e che tu sia un idiota.

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