VENDETTA – Concorso Thriller cafè 2017

La notte era nera e senza stelle, cupa come lui non ne aveva viste in vita sua. Stava per scatenarsi un temporale e l’aria era intrisa di elettricità statica in attesa di essere eccitata. Mentre il ghiaino scricchiolava sotto le suole delle scarpe, ombre scure incombevano su di lui, ma il suo amico Diego non se ne curava affatto. Camminava rapido, mosso dalla sua voglia di vendetta, dritto all’obiettivo che da qualche ora li accomunava.

Luca stringeva una corda di un paio di metri nella mano destra, l’aveva recuperata Diego nel garage tra gli attrezzi da lavoro di suo padre e ne aveva fatto un cappio a una estremità.

«Diego, lasciamo perdere. Tra poco verrà giù il diluvio!»

«Non fare il vigliacco! Quel bastardo me la deve pagare!»

«E’ solo un anziano fuori di zucca.»

«Per colpa di quel vecchio stronzo mi sono beccato una denuncia!» Diego lo strattonò afferrandolo per la maglietta fino ad avvicinarsi a un centimetro o due dal suo viso «Merita una lezione e dopo stanotte cambierà regime!» riprese a camminare «Se non sei con me, vattene e non cercarmi mai più.»

Luca proseguì senza rispondere affiancandosi al ragazzo che conosceva dai tempi dell’asilo, anni in cui erano diventati inseparabili. Diego non aveva torto ad essere arrabbiato con quello zoppo, la denuncia subita era ingiusta, ma i carabinieri avevano creduto di più all’anziano apparentemente indifeso.

Un bugiardo con addosso una maschera.

Diego voleva introdursi nell’abitazione dell’uomo e impaurirlo legandolo mani e piedi, qualche pugno e poi sarebbero scappati via, ma quel metodo a Luca non piaceva e soprattutto aveva il terrore di essere scoperto e di beccarsi una denuncia anche lui.

Un fulmine illuminò a giorno la campagna, il tuonò rotolò nel cielo spostando l’aria, tanto che Luca la sentì passare tra i capelli a spazzola. Stare fuori con quel tempo era da pazzi furiosi e lui sperava che, raggiunta l’abitazione del vecchio, Diego rinunciasse alla sua vendetta. Desiderava che la porta e le imposte fossero a prova dei loro miseri arnesi da scasso improvvisati.

La sagoma della casa di campagna si delineò davanti a loro minacciosa e sbilenca, sembrava voler crollare da un momento all’altro. La proprietà non aveva cancello, era crollato decenni prima portandosi via una delle colonne in mattoni rossi che giaceva poco distante, questo era il ricordo che aveva Luca dell’abitazione vista di giorno.
«Bene, bene.» sussurrò Diego mentre accendeva una piccola torcia a led tascabile e armeggiava per coprirsi il viso con un foulard preso alla madre. Proseguì oltre la recinzione illuminando il terreno col debole fascio; anche Luca si coprì naso e bocca e gli fu subito dietro.

Un altro fulmine schiarì tutto mostrando per una frazione di secondo l’ingresso davanti a loro e la finestra, con le persiane logore e chiuse, più a destra. Il tuono arrivò subito dopo e tutto lì intorno vibrò producendo i suoni più innaturali possibili.

E alla fine venne giù lo scroscio preannunciato.

Diego restò immobile mentre la pioggia inzuppava gli abiti e scivolava sulla porta, puntò la torcia verso lo spazio tra il battente e la cornice, all’altezza della serratura, e ci piantò il cacciavite a taglio con un colpo secco. L’arnese fece saltare il legno marcio che si sfaldò e la porta si spalancò senza produrre alcun rumore.

«Il vecchio bastardo conosce l’esistenza del grasso.» sentenziò Diego entrando nell’abitazione «Buon per noi.»

Luca seguì l’amico e, appena Diego socchiuse la porta, il cuore gli impazzì nel petto. Il silenzio di quel posto lo stava terrorizzando, il pavimento era pieno di spazzatura, o qualcosa di simile, la sentiva sotto i piedi, morbida e appiccicosa, la puzza, poi, passava attraverso le trame del fazzoletto, spingeva nelle narici e pungeva nel cervello. Si stupì che il vecchio fosse ancora vivo, ma evidentemente aveva sviluppato degli anticorpi non comuni.

Diego non si fermò nemmeno un secondo, senza esitazione sparì da qualche parte a destra. Luca si affrettò a seguirlo, urtò qualcosa col gomito destro, ma non ne scaturì alcun rumore. Il temporale sembrava sparito nel nulla, ma era l’acustica di quella casa ad essere strana. I suoni non si propagavano normalmente, aveva l’impressione di essere nella sala prove che frequentava con la sua band, solo che in quel posto il lavoro di insonorizzazione era stato fatto in modo più efficiente.

La luce della torcia si muoveva pazza per le pareti, illuminando solo particolari, parte di un quadro dove era dipinto un mare, un crocefisso, un pezzo di divano.

Un cane!

Diego restò immobile mentre la luce indugiava sull’animale apparentemente addormentato.

Il pastore tedesco occupava buona parte del divano, all’incirca doveva pesare intorno quarantacinque chili, forse anche cinquanta, e non sembrava essersi accorto di loro.

«Cazzo, andiamo via.» bisbigliò Luca.

«Non ci ha sentiti, non è normale.»

«Che vuoi dire?»

«O è sordo, paralitico, muto e senza olfatto, oppure…» Diego gli passò la torcia e si armò di cacciavite avvicinandosi alla bestia guardingo. Luca puntò la luce sull’animale osservando la sagoma appartenente all’amico entrare nel cerchio luminoso. Con l’arma improvvisata puntata in avanti toccò il cane che non fece alcun movimento.

Diego ritornò da lui. «E’ morto. In realtà sembra impagliato.»

«Che schifo.» Luca non poté evitare di replicare.

«Cerchiamo il vecchio e facciamo in fretta.»

Un fulmine trapassò con il suo bagliore la finestra proiettando tutto intorno righe di ombra e di luce.

Poco distante da Diego c’era qualcuno.

Luca iniziò a sudare e strattonò l’amico fino a portarlo fuori dalla stanza.

«Che cazzo fai?» Diego quasi gridò.

«C’era qualcuno lì dentro!»

«Tu vaneggi.»

«L’ho visto, c’era qualcuno!»

Diego si voltò verso l’apertura nella stanza, gli strappò di mano la torcia e la puntò nel buio a caso senza colpire alcuna forma di vita. Insistette ancora per un paio di minuti buoni prima di desistere.

«Dammi questa cazzo di corda! Faccio da solo.» Luca se ne liberò con sollievo «Aspettami qui prima che ti venga un colpo e mi porti con te all’inferno.»

Diego sparì nel buio, da solo, alla ricerca della camera del vecchio. Qualcosa sfiorò il braccio destro di Luca facendogli rizzare tutti i peli del corpo e lui, d’istinto, balzò verso sinistra sbattendo contro il muro del corridoio. Anche lui aveva una torcia in tasca, se ne ricordò e la puntò davanti a sé senza vedere niente di strano.

“Eppure c’era.” Si convinse.

Non poteva restare fermo ad aspettare, aveva una fifa marcia e non si fidava più del suo amico. La denuncia per spaccio di stupefacenti lo aveva fatto andare fuori di testa e forse non voleva soltanto spaventare il vecchio zoppo. Tutto per aver raccolto da terra una busta davanti a quella casa. Chiunque poteva averla gettata lì, ma l’anziano aveva subito chiamato i carabinieri dopo aver accusato Diego di spacciare davanti casa sua.

Questione di oggettività.

Decise di raggiungere l’amico. Con la torcia nella mano tremante, proseguì lungo il corridoio, a destra notò una porta aperta e puntò il cerchio di luce dentro la stanza. Rumori attutiti giunsero da un posto apparentemente dietro le sue spalle e Luca si voltò immediatamente.

Illuminò con la luce fredda davanti a sé, una sagoma era ferma fuori dal fascio luminoso, non ne riconosceva la forma, alta più di lui sembrava oscillare da un lato all’altro.

Avanzò lentamente col cuore in gola e il respiro affannoso, quasi asmatico. Davanti a lui comparvero dei pantaloncini verde scuro, quelli di Diego.

“Fortunatamente è lui.” pensò Luca.

Si avvicinò per parlare all’amico, un fulmine illuminò tutto penetrando da una finestra da qualche parte che non doveva avere le persiane, Luca si sentì mancare dopo quella frazione di secondo. Era davvero Diego, ma aveva il cacciavite infilzato in un fianco ed era appeso al soffitto.

Se la fece sotto dallo shock, restò immobile mentre l’urina scivolava sulle gambe e si mischiava a tutto ciò che era in terra. La paralisi gli sembrò durare un’eternità in cui ricordò tutte le belle cose fatte col suo amico, poi il suo istinto di sopravvivenza prese il comando risvegliandolo dal torpore.

Non riusciva a piangere.

Doveva scappare via da quel posto e chiamare aiuto, solo che il cellulare era nel vano sotto la sella dello scooter.
Ad almeno un chilometro di distanza.

Se quel vecchio era stato in grado di sopraffare Diego che era robusto e pesava novantacinque chili, allora non era un essere normale. Osservò ancora una volta il corpo morto del suo amico, non aveva il coraggio di tirarlo giù, non aveva nemmeno la forza di affrontare quel nemico che, per qualche oscuro motivo, non lo aveva ancora attaccato.
Probabilmente attendeva il momento buono.

Luca sapeva che alle sue spalle c’era l’uscita, ma non aveva alcuna arma con sé. Doveva procurarsene una e il pensiero andò al cacciavite. A tastoni cercò l’arnese, doveva evitare di usare la torcia, e, quando lo trovò, tirò con forza estraendolo dalle carni ancora calde. Sentì il sangue colargli sulla mano e abbassò l’oggetto per lasciar gocciolare tutto sul pavimento, si sarebbe pulito più tardi.

Iniziò a indietreggiare nel buio pesto, il vecchio assassino poteva essere solo davanti a lui. A ogni passo si fermava alcuni secondi, l’udito concentrato nel percepire qualsiasi rumore sospetto al di sopra dei tuoni. Passo dopo passo si trovò con le spalle alla porta chiusa, cercò la maniglia con la mano sinistra e tirò. Il battente non si mosse nemmeno di un millimetro.

“E’ impossibile.” Pensò in preda al panico. Il legno marcio non poteva essersi riparato da solo.
Luca iniziò a sudare copiosamente, sentiva che le gocce gli rigavano la schiena, si facevano largo tra i peli delle brac-cia, gli cadevano dritte negli occhi bruciando.

Tentò nuovamente senza successo, da quella parte non poteva più uscire. Il vecchio era in casa, nascosto, e stava studiando il suo comportamento. La mano destra impugnava il cacciavite e tremava, la sinistra era impegnata a tastare il muro del corridoio mentre si spostava in avanti. Il temporale si era allontanato e stava lasciando il posto al silenzio, Luca si chiese quanto tempo fosse passato da quando era entrato nella casa, da quanto aveva perso il suo migliore amico e quanto ancora gli rimanesse da vivere prima che lo zoppo uccidesse anche lui.

La mano sinistra toccò una protuberanza liscia nel muro, dopo c’era il vuoto, probabilmente era l’ingresso di un’altra camera. Poteva essere la sua via di fuga, doveva solo cercare una finestra e sperare di riuscire ad aprirla.

«Dove pensi di andare piccolo bastardo?» la voce stridula proveniva da un punto non definito davanti a lui.

Luca non rispose, irrigidì il polso della mano destra e sferrò un fendente in avanti mancando l’obiettivo.

«Allora, non rispondi?»

Il vecchio si era spostato e ora sembrava fosse dietro di lui. Poteva solo addentrarsi nella stanza sperando di non fi-nirgli in braccio. Fece un paio di passi e si fermò, gli occhi si erano abituati al buio, ma vedeva solo forme vaghe. Distingueva chiaramente i mobili, poteva indovinare dove passare senza toccare nulla, ma aveva paura di ciò che poteva muoversi e che non avrebbe distinto velocemente.

Lo zoppo non parlava più.

Un lento fruscio attirò la sua attenzione, proveniva da qualche parte alla sua destra. Col sudore che stava impregnandogli i capelli e i vestiti, Luca si voltò un secondo prima di essere investito da qualcosa di duro che quasi gli sfondò il torace. Cadde in terra sulla schiena annaspando alla ricerca di ossigeno, il dolore gli esplose in ogni terminazione nervosa irradiando il cervello e, nello stesso tempo, sapeva di essere inerme.

Doveva strisciare e nascondersi.

Rotolò sul fianco destro finendo a pancia sotto, era ancora in affanno, ma se fosse rimasto lì sarebbe sicuramente stato ucciso. Iniziò a muoversi usando i gomiti, piano, cercando di evitare qualsiasi rumore traditore.
Di nuovo il fruscio, ma nulla si abbatté su di lui.

«Dove sei?» era tornato «Ti schiaccerò la testa come si fa con i serpenti.»

Era dietro di lui, ma forse il nemico non riusciva a vederlo. Luca si chiese perché non accendesse la luce, perché continuasse ad aggirarsi al buio in quella sorta di nascondino assassino. La verità era che il vecchio conosceva ogni angolo dell’abitazione, era un vantaggio da sfruttare contro gli intrusi e non era affatto stupido come lui e Diego pensavano.

Nello spostarsi, si rese conto di essere finito sotto un basso tavolo o qualcosa di simile. Il fruscio tornò, stavolta era vicinissimo. Se il pazzo era davanti a lui, aveva una possibilità di attaccare, la mano destra stringeva ancora il cacciavite, ma aveva bisogno di vedere il bersaglio. Con la sinistra recuperò la torcia dalla tasca posteriore dei pantaloni corti, la sua idea era di accenderla per una frazione di secondo in modo da individuare le gambe del nemico.

Puntò la piccola fonte di luce davanti a sé e schiacciò due volte consecutive il pulsante di accensione. Il debole fascio illuminò due piedi nudi a pochi centimetri dalla sua testa. Senza pensarci troppo conficcò il cacciavite in uno dei due e se lo riprese fulmineo, la mano colpì il legno sopra la sua testa che risuonò vuoto.

«Ahhhh!!» lo zoppo gridò talmente forte che tutta la struttura sopra di lui vibrò e il vecchio schizzò via da qualche parte sbattendo ovunque.

Luca si sforzò di uscire dal nascondiglio, le costole lo facevano impazzire dal dolore, si rimise in piedi e cercò l’uscita della stanza. Arrivò a un muro e decise di seguirlo verso destra, finalmente distinse un chiarore e si augurò che fosse l’uscita.

Puntò direttamente il bagliore abbandonando il muro, qualcosa l’oscurò per un secondo.
Il fruscio era tornato.

Luca si schiacciò in fretta contro la parete, l’apertura era vicinissima, ma il vecchio gli impediva di uscire. Non parlava, ansimava, la sua sagoma occupava buona parte della via di fuga. Come se avesse letto nel suo pensiero, l’uomo si spostò rendendosi invisibile, era vicino, ma non riusciva a vederlo.

Luca restò immobile sperando di non essere stato notato. Passarono diversi secondi in cui il silenzio sovrastò ogni altra cosa. Il nemico era lì, in attesa di colpire ancora e lui non aveva idea di quale arma fosse provvisto. Si chiese cosa sarebbe accaduto se avesse acceso la luce, di solito, vicino agli ingressi ci sono sempre degli interruttori. Cercò con la mano e li trovò, ci pensò qualche secondo e poi ne schiacciò uno a caso.

La luce restò spenta.

Ne provò un’altro senza successo, il vecchio, forse, viveva senza corrente elettrica.

Decise di rischiare, si avvicinò all’uscita e provò a sgusciare fuori. A metà, tra la stanza e il corridoio, impattò contro un corpo. Di scattò tirò un fendente a mezz’aria e il cacciavite si conficcò nelle carni dell’uomo.

Questa volta lo zoppo non emise alcun grido, solo una specie di grugnito mentre qualcosa cadde in terra con rumore metallico sbattendo contro i suoi piedi. Luca fu libero di uscire dalla stanza, possedeva ancora la sua arma e aveva raccolto l’oggetto caduto scoprendo che si trattava di un tubo.

Forte del suo vantaggio sul nemico, mise via il cacciavite, incastrandolo tra l’elastico delle mutande e il corpo, e accese la piccola torcia.

Nel corridoio non c’era più traccia di Diego.

Luca si mosse verso le altre stanze, una l’identificò come adibita a cucina, una era la camera da letto, una sembrava un vecchio laboratorio di sartoria, poi trovò il bagno e un piccolo stanzino largo poco più di una persona.
Non c’erano altre vie d’uscita se non la porta principale.

Tornò indietro con la torcia in mano, si sentiva sicuro, il vecchio non poteva più fargli nulla. Passò accanto alla stanza dove aveva ferito il suo nemico senza preoccuparsi.

Qualcosa gli toccò il collo e poi gli si avvolse attorno, Luca lasciò cadere in terra la torcia portando la mano destra su ciò che lo stava soffocando. Fu costretto a indietreggiare per evitare lo strangolamento e finì dentro il locale. La sinistra brandiva ancora il tubo, Luca si girò e fece roteare l’arma colpendo il nemico che smise di tirare. La corda si allentò e tornò a respirare quasi normalmente. Era questione di sopravvivenza e dovette eliminare dal suo codice di vita il comandamento “non uccidere”.

Il tubo passò dalla sinistra alla destra che vibrò colpi davanti a sé con tutta la forza a disposizione. Ogni centro emanava un rumore attutito e metallico. Luca si fermò ansimante per lo sforzo, forse lo aveva ucciso, non gli importava molto, voleva solo uscire vivo da lì. Cercò la torcia nel corridoio, la trovò in pochi secondi e l’accese dirigendosi verso la salvezza.

Illuminò la porta cercando di capire come fosse stata chiusa e finalmente si accorse dei due pezzi di legno incastrati tra il battente e il pavimento. Col cacciavite li rimosse, spalancò la porta e inspirò l’aria fresca, ma il vecchio zoppo aveva più vite di un gatto, Luca si accorse appena in tempo del braccio alzato armato di coltello. La sua mano destra, che impugnava il cacciavite, si mosse rapida in avanti mentre tutti i peli del corpo gli si rizzarono dallo spavento. Il coltello sibilò a pochi millimetri dal suo orecchio destro mentre lui, con il ginocchio sinistro a terra, si allungava verso l’alto colpendo il bersaglio con tutta la forza che aveva.

Il nemico emise un sibilo e gli crollò addosso. Emanava un fetore che gli fece mancare il respiro. Si liberò del peso e guadagnò la libertà sotto un cielo pieno di stelle, reso limpido dal temporale appena terminato.
Luca uscì dalla proprietà e corse più velocemente che poteva verso il suo scooter ignorando il dolore alle costole. Arrivò al suo mezzo e aprì il vano sella per recuperare il cellulare, lo accese e aspettò i secondi interminabili necessari all’avvio del dispositivo.

Era giunto il momento di prendersi le sue responsabilità.

Quando i carabinieri arrivarono sul posto ormai stava albeggiando. Trovarono il vecchio ancora vivo disteso nel corridoio con il cranio deformato dalle bastonate. Gli agenti perquisirono l’abitazione che assomigliava più a una discarica, in una delle stanze trovarono una botola che aveva le cerniere nuove e perfettamente oliate. Quando l’aprirono furono investiti da una tremenda puzza e l’uso di quel sotterraneo fu immediatamente chiaro a tutti. Sul pavimento giacevano diversi resti umani, alcuni ancora in decomposizione, tra cui il corpo di Diego.

Luca aveva ancora il cacciavite, tornò di corsa all’esterno dell’abitazione dove i medici e i volontari soccorritori stavano caricando il vecchio su una barella. Si chinò sull’uomo con gli occhi pieni di lacrime, e, davanti a tutti, gli conficcò il cacciavite in gola fino al manico.

Diego era stato finalmente vendicato.

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