8 MARZO

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Il mese di marzo, appena iniziato, era già tiepido, il risultato di un inverno inesistente, e lei aveva sbagliato ad accettare l’invito della sua collega, l’incontro era durato troppo e mentre Ambra correva verso l’ingresso della metropolitana pensava alle inevitabili conseguenze. Le scarpe col tacco non erano adatte alla specie di corsa a ostacoli che stava compiendo, nemmeno la gonna beige stretta che si fermava qualche centimetro sopra le ginocchia. Arrivò alle scale e rischiò di precipitare dai gradini, schivò delle persone ferme a parlottare proprio in mezzo al corridoio che portava ai binari, il treno arrivò.
Casa sua distava poche fermate, ma era in ritardo e sapeva cosa sarebbe successo.
Era solo questione di obbedienza.
Quando Ambra emerse dai sotteranei della metro era quasi buio.
Il palazzo dove abitava era a dieci minuti di cammino, ma correndo poteva recuperare il ritardo, almeno in parte. Il viale a doppia corsia era pieno di persone che intasavano i marciapiedi e il traffico serale era intenso, la borsa in pelle nera saltellava appesa alla spalla destra, svoltò a sinistra, dietro l’angolo trovò un barbone che occupava metà marciapiede, lo schivò abilmente. La borsa picchiò contro un cartello stradale che rispose similmente a una campana, la caviglia destra cedette improvvisamente, Ambra rovinò in terra strappando la manica destra del piumino nero. Non aveva tempo da dedicare al dolore, si rialzò immediatamente e riprese la corsa.
Un’altra svolta a sinistra, la strada dritta,  lunga un chilometro circa, era semi deserta. Ambra arrivò in fondo e girò a sinistra. Casa sua era dietro una leggera curva a destra. Iniziò a vederla, le gambe erano stanche, la caviglia era indolenzita e si stava gonfiando.
Ambra entrò nell’androne dello stabile costruito a fine anni ottanta, il portiere alzò appena lo sguardo dal suo giornale con aria di sufficienza. L’ascensore era già al piano, schiacciò il pulsante del quinto e iniziò a pensare alla storia da raccontare.
Le porte dell’ascensore si aprirono cigolando, i vicini di appartamento gridavano. Infilò la chiave nella serratura pensando che sarebbe bastato un giro per aprire la porta e invece era chiusa a chiave.
Alberto non era ancora arrivato.
Poteva tornare a respirare, inconsciamente aveva trattenuto il fiato affannoso della corsa convinta di trovare il suo compagno bruciante di rabbia.
“E’ solo questione di obbedienza”,  continuava a ripetersi nella testa.
Entrò nel soggiorno e accese la luce, tutto era in ordine perfetto proprio come piaceva a suo marito. Se soltanto un oggetto fosse stato fuori posto, sarebbero stai guai seri. Passò accanto al divano azzurro e raggiunse il bagno più vicino per controllare il gomito destro e la caviglia, il piumino finì appeso vicino a un asciugamano.
Si tolse le scarpe rosse deponendole con cura nella scarpiera, la caviglia destra non era poi così gonfia. La gonna era sporca e le collant strappate, doveva cambiarsi e Alberto non era ancora arrivato.
Si spostò in camera da letto per trovare qualcosa da mettersi, non fece in tempo ad accendere la luce che il suo volto fu investito da un ceffone che le fece sbattere la testa contro il muro.
Ambra finì in terra, una mano sul capo e l’altra protesa in avanti a difesa di un altro attacco.
Alberto era davanti a lei che bolliva di rabbia.
«Io… Non è colpa… »
Un calcio le ricordò che doveva tacere.
«Sei in ritardo di dieci minuti!» l’onda d’urto della voce di Alberto fece tremare sia Ambra che lo specchio appeso al muro.
Lei cercò di allontanarsi strisciando verso la porta, ma il compagno l’afferrò per la caviglia dolorante, Ambra si aggrappò a uno dei montanti della porta per non farsi trascinare via.
La forza dell’uomo era incontrastabile e le mani persero la presa, Ambra si trovò in balia di calci e sberle rannicchiata contro il letto.
La furia non cessava, Alberto non parlava, il silenzio era interrotto dal suono dei colpi in faccia, in testa, ovunque.
Ambra ne aveva perso il conto; i vicini continuavano a gridare.
Quando finalmente sembrava tutto finito, dopo un tempo che non riuscì a quantificare, il suo compagno l’afferrò per i capelli. La testa sembrava trafitta da mille aculei mentre veniva trascinata sul letto, i piedi erano liberi di toccare terra.
Alberto si abbassò i pantaloni, Ambra capì le intenzioni, la gonna le fu strappata via.
“Era solo questione di ubbidienza.” continuò a ripetersi in testa.
Così lasciò che tutto si compisse, passarono alcuni minuti di vera violenza sessuale. Alberto non riuscì a soddisfarsi nonostante vari tentativi e il fatto che lei non aveva opposto alcuna resistenza.
«Tu… Tu…»
L’afferrò per il collo con entrambe le mani e iniziò a stringere, Ambra ardeva d’aria, si aggrappò con entrambe le mani ai polsi di Alberto conficcandogli le unghie nella carne.
Lui non mollava.
Lacrime fredde iniziarono a scendere sulle guance mentre sentiva che non avrebbe visto il domani, i suoi occhi del colore del mare in inverno fissarono quelli petrolio del suo grande amore violento. Qualcosa accadde, Alberto reagì lasciando la presa e uscendo velocemente dalla stanza. Mentre lei aspirava avidamente aria, sentì la porta d’ingresso chiudersi. Si mise seduta, la testa era indolenzita e le gambe tremavano.
Passarono alcuni minuti, la stanza finalmente smise di girare, Ambra si alzò per andare in bagno.
Doveva vomitare.
L’incontro ravvicinato con la tazza del cesso durò qualche minuto, si rimise in piedi e si avvicinò al lavandino. L’immagine riflessa mostrava i segni degli schiaffi, le righe del rimmel colato, il labbro superiore gonfio e i segni bluastri sul collo.
Alberto aveva superato ogni limite.
Ambra si lavò il viso e affiorarono altri lividi, quelli della settimana precedente.
I vicini finalmente facevano silenzio.
Si osservò bene, studiò i suoi occhi, i capelli neri lunghi fino alle spalle, il naso ben proporzionato e il suo corpo. Si chiese se davvero fosse sua la colpa o se in realtà il suo amore per quell’uomo distorcesse la realtà.
E lei ora sapeva la risposta.
Ambra si ricordò di aver annullato quasi tutte le sue amicizie per compiacere Alberto e la sua possessività, doveva riallacciare i rapporti con una persona, era necessario chiedere aiuto. Prese il telefono dalla borsa abbandonata in soggiorno, si aggirò in casa guardinga temendo che suo marito non fosse realmente uscito.
Inviò un messaggio alla persona con cui non parlava più da tre anni almeno, qualche secondo dopo il telefono squillò.
Ambra si sfogò per quaranta interminabili minuti, ma dall’altra parte la sentenza fu chiara e precisa: doveva farcela da sola.
Tornò in bagno, s’infilò nel pigiama e andò a sdraiarsi a letto. La notte sarebbe stata lunga, guardinga e piena di pensieri. Alberto poteva tornare a casa ubriaco, di solito calmo come se non fosse accaduto nulla, oppure più bellicoso di quando era uscito e doveva tenersi pronta per evitare altre botte.
Gli occhi si chiusero senza controllo e Ambra scivolò in un sonno leggero con la maggior parte dei sensi attivi. Un rumore familiare attivò il suo cervello, suo marito era ritornato. Lei spalancò gli occhi in attesa che Alberto entrasse in camera, ma l’uomo non arrivò. Lo sentì andare in bagno e farsi la doccia, ma impegnò la cameretta che doveva servire per i figli che ancora non avevano avuto. In casa tornò il silenzio, alternato dal ticchettio di un orologio dislocato in qualche parte della casa e da un lamento lontano, appena percettibile.
Alberto stava piangendo?
“Impossibile”, pensò.
La notte passò lenta e tormentata, alle sette Alberto uscì per andare a lavoro, Ambra chiamò l’ufficio per comunicare di essere malata e iniziò a prepararsi per dare una svolta alla sua vita. Si vestì con calma, jeans e un maglioncino bianco, niente trucco, occhiali da sole e scarpe da ginnastica.
Quando uscì dal palazzo il sole era caldo e alto. Infilò il viale a destra, la sua destinazione finale non era molto distante e, finché meditava sulla scelta, poteva dare un’occhiata alle vetrine dei negozi. Mentre camminava, notò una presenza alle sue spalle, sentiva i passi leggermente strisciati, tipico di Alberto. Il cuore cominciò a martellarle in petto, se suo marito aveva finto di andare a lavoro per seguirla non era positivo. Cambiò direzione attraversando la strada, cercò di vedere dietro di se senza voltarsi, ma gli occhiali da sole non l’aiutarono, i passi erano ancora lì.
Pensò di entrare in uno dei negozi, forse non l’avrebbe seguita, però equivaleva a mettersi in trappola e finché restava in strada tra gente sarebbe stata al sicuro. Decise di continuare il suo cammino facendo un giro più lungo, se Alberto voleva vedere dove stava andando doveva sudare.
Girò un’ora nella stessa zona, ma il segugio non mollava. Aumentò l’andatura e l’altro fece la stessa cosa. Abbandonò la strada principale per una traversa secondaria che trovò deserta, non aveva mai fatto quel percorso e stava andando a naso.
I passi le erano ancora dietro.
Accelerò ancora sperando di arrivare in fondo alla strada il più in fretta possibile. Il quartiere dove era finita sembrava abbandonato, le facciate delle abitazioni erano fatiscenti, non c’erano negozi e tutto intorno era lercio e pieno di scritte inneggianti alla rivolta contro la società moderna.
L’inseguitore non mollava.
Alla fine della via fu costretta a svoltare a destra trovandosi in un vicolo cieco. La sua corsa terminava lì e avrebbe dovuto affrontare Alberto. Fermandosi si accorse che anche lui si era fermato, resistette all’automatismo di voltarsi, valutò il vicolo e trovò un nascondiglio.
Scattò in avanti e raggiunse dei cassonetti della spazzatura, la caviglia e le costole le facevano ancora male. Si nascose dietro uno dei tre contenitori, il tanfo di spazzatura, non raccolta da giorni, le investì le narici. Se si fosse mossa bene sarebbe riuscita a scivolare via e tornare sulla strada principale.
Doveva solo scegliere il momento giusto.
Alberto arrivò, lei non lo vedeva ma i passi lo tradivano, lo sentì muoversi accanto a cassonetti e passare oltre, il momento era quello giusto. Ambra sgusciò via dall’altro lato, solo che inciampò in qualcosa e cadde in terra. L’altro si accorse e invertì la direzione. Lei si alzò in fretta e riprese a correre in maniera scomposta, la caviglia si faceva sentire.
La corsa proseguì nella strada principale, Ambra aveva ritrovato l’orientamento e schivava le persone intente a passeggiare, poco più avanti c’era un parco e superato quello la salvezza, almeno temporanea. Entrò nell’area verde, dietro c’era sempre lui, un cane le tagliò la strada, lei lo mandò a quel paese mentre era costretta a cambiare direzione per non investirlo.
Il cuore voleva saltarle fuori dal petto, le gambe cominciavano a cedere, il fiato a mancare. Rallentò l’andatura in vista dell’uscita del parco, finché c’era gente era al sicuro. In strada svoltò a destra, ancora due o trecento metri e sarebbe arrivata a destinazione.
I passi erano più vicini e il ritmo era più sostenuto del suo. Lo stabile che cercava era sempre meno lontano, era la stessa condizione del gatto che gioca col topo e il felino doveva perdere. Attraversò la strada incurante dei veicoli che circolavano, aggredì i sei scalini che portavano all’ingresso, una mano fredda l’afferrò per un polso fermandola a tiro della maniglia della porta.
Ad Ambra venne la pelle d’oca, un freddo come non lo aveva mai sentito, le gambe tremavano.
Alberto l’aveva presa.
«Aspetta!»
Ambra restò interdetta, la voce era femminile e lei forse la conosceva. Sicura di non essere più in pericolo si voltò e davanti aveva la sua vicina di appartamento, non si erano mai parlate, se non per un saluto di cortesia quando si incontravano per caso sul pianerottolo comune.
«Avrai bisogno di me…» Marta si tolse gli occhiali scuri mostrando l’occhio destro tumefatto «e io di te…»
Ambra guardò la donna dai capelli biondi venati di bianco, vestita con una gonna lunga e un giubbotto totalmente fuori moda, le iridi nocciola erano fisse in terra.
«Certo.» Ambra si avvicinò e circondò col braccio sinistro Marta «Forza, entriamo.»
L’atrio della caserma dei carabinieri era spoglio e deserto, il militare all’ingresso smise di guardare il monitor del computer e le fissò entrambe.
«Voglio denunciare mio marito.» esordì Ambra.
«Io il mio.» aggiunse Marta.
Il carabiniere uscì dallo stanzino a vetri che assomigliava a un acquario e le raggiunse
«Siete venute inseme?»
Ambra annuì.
«Prego, seguitemi.» il militare si avviò per il corridoio.
Ambra prese per mano Marta, un orologio elettronico indicava che era l’otto marzo, il giorno adatto per cambiare vita.

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